SINUSOIDE
il secondo album solista di ELISA “ERIN” BONOMO in prossima uscita

L’ALBUM
“Sinusoide” è il secondo album da solista della cantautrice e chitarrista veneziana Elisa “Erin” Bonomo.
Un concept album, un disco “tao” diviso in due lati come le musicassette.
Registrato presso il No Shoes Recording Studio e prodotto insieme a Stefano Pivato, “Sinusoide” esprime l’esatto dualismo dell’essenza dell’artista, con un rock con venature dark-wave figlio del precedente “Antifragile” nella parte “A”, alle atmosfere acustiche sconfinanti nella world music della parte “B”.
“Sinusoide nasce da un’esigenza”, spiega Erin. “Tiziano Terzani diceva che o si cambia, o tutto si ripete. E da questo volevo partire, dalla ciclicità e dall’aspetto duale degli eventi. Mi sono innamorata perdutamente di una persona e mi capitava moltissime volte di provare due sensazioni dialmetricamente opposte. Ovviamente questo si è riflesso nella mia musica. Mi sono resa conto, mentre scrivevo, di avere dei pezzi estremamente dark da una parte e acustici dall’altra. Body percussion e circlesongs o synth-wave anni ’80? Non sapevo scegliere che direzione dare al mio lavoro. Nel mio caso la chiave era proprio questa: io sono due direzioni, e Sinusoide me l’ha indicato benissimo. Perciò ho deciso di unire questi due anime dividendole in due EP”.

Amante del concept-album (la copertina di “Anfragile” era fatta a scatolone, metafora del trasloco), il secondo lavoro parla di un amore impossibile diviso tra i sentimenti più terreni e un’anima spiritual.
Le influenze sono davvero molte, dagli amatissimi The Cure, The Smiths, Massive Attack, Nine Inch Nails, Depeche Mode alle recenti Aurora e Billie Eilish. Un disco maturo, che ritrova qualche tratto punk degli esordi ma con una maggiore ed eclettica potenza espressiva. Il tratto comune è la fragilità vista come punto di forza. Erin non ha paura di parlare di sesso in maniera disincantata e pungente, di tradimenti, di ossessioni, della sua costante incapacità di “stare al mondo alla maniera di” guardando altrove, di mostrarsi sentimentalmente non allineata, spesso anche con sé stessa.

L’album è preceduto da “Antifragile” (2017), completamente finanziato con il crowdfunding, vincitore del Premio della Critica Amnesty – Voci per la Libertà con il brano “Scampo” e Targa Tenco nella categoria “Album collettivo a progetto” con la compilation “Vxl20-Una canzone per Amnesty”.

LA CANTAUTRICE
Cantautrice e chitarrista veneziana, Elisa “Erin” Bonomo comincia a comporre dai 12 anni prevalentemente in lingua inglese per poi passare anche all’italiano verso i 20.
 Il suo primo EP, autoprodotto e in lingua inglese, si chiama “Once in a blue moon”(2007).
Negli anni successivi si trasferisce a Padova, collaborando come speaker e autrice per una web-radio universitaria, Radio Bue, scrivendo uno spettacolo teatrale assieme all’attrice Grazia Raimondo, “BlackOut!”, incentrato sul tema del precariato e dell’immigrazione, e pubblicando un demo autoprodotto con lo stesso nome, “BlackOut!” (2009). Dal 2010 al 2016 fa parte del gruppo folk acustico “La Cantina dei Bardi”, con cui pubblica due Ep: “Offerta Libera” (2011), “Terzo Tempo” (2015).
Nel 2016 intraprende le carriera solista pubblicando il disco d’esordio “Antifragile” (2017), interamente finanziato tramite crowdfunding. Il disco, pur essendo autoprodotto, raccoglie ottimi consensi da critica e pubblico, tanto che il brano “Scampo”, il cui testo parla di violenza domestica, vince il Premio della Critica al Premio Amnesty – Voci Per la Libertà e inserito nella compilation “Vxl20 – Una canzone per Amnesty”. Nello 2018 la compilation vince la Targa Tenco nella categoria “Album collettivo a progetto”.
Nella sua intensa attività live da solista e con band apre i concerti di NADA, Daniele Silvestri, Diodato, Maria Antonietta, Nathalie, Chiara Dello Iacovo, Giorgio Ciccarelli ed è inoltre presente nella compilation delle Indiemood Sessions in esclusiva su Rockol con i Mellow Mood, Alessandro Grazian, IACAMPO, C+C=Maxigross.
Ha fatto parte del collettivo di cantautrici “W.A.V – Women Against Violence”, il cui obiettivo è raccogliere fondi per le donne vittime di violenza e di stalking. Nel 2018 esce la raccolta omonima con una versione di “Scampo” in chiave acustica.
Dal 2020 è tra le fondatrici di UNICA – Cantautrici Unite.

E’ diplomata in chitarra elettrica all’MMI, tiene seminari sul songwriting e studia canto moderno, perfezionandosi con i M° Giuseppe Lopizzo, Silvia Girotto, Alessandro Fortin, Giulia Alberti e seguendo le masterclass di Brett Manning, Patrizia Laquidara, Matteo Belli, Eleonora Bruni, Michele Broglia, Lisa Popeil, Francesca Della Monica, Kris Hagan.

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Eventi Passati

16 Nov 2018 Conegliano, Italia ( ITA ) Maltese Maltese
01 Nov 2018 Treviso, Italia ( ITA ) Ristorante Bosketto Ristorante Bosketto
26 Oct 2018 Treviso, Italia ( ITA ) Colonial Inn Colonial Inn
20 Oct 2018 Cividale del Friuli, Italia ( ITA ) Il Santo e il Lupo Il Santo e il Lupo
13 Oct 2018 w / wav Padova, Italia ( ITA ) Centro Altinate San Gaetano Centro Altinate San Gaetano
07 Oct 2018 Padova, Italia ( ITA ) Busa dei Briganti Busa dei Briganti
19 Sep 2018 Marghera, Italia ( ITA ) Bread&Butter Bread&Butter
14 Sep 2018 w/ WAV Zero Branco, Italia ( ITA ) AltroQuando AltroQuando
08 Sep 2018 w/ WAV Dolo, Italia ( ITA ) Associazione "Il Portico" Associazione "Il Portico"
08 Jul 2018 in duo w/Licia Missori Conscio, Italia ( ITA ) Subconscio Festival Subconscio Festival

Pensavo fosse una Nuvola

Bene. Sei appena arrivat* qui. Benvenut*, grazie per avermi fatto visita. Se vuoi, mentre ti togli la giacca e ti accomodi vicino a me mentre ti racconto questa storia, metti un po’ di musica d’atmosfera. C’è una playlist qui sopra. Click. E’ partita? Bene.

Mi piace avere un po’ di musica in sottofondo quando racconto, sai? Mi sembra di essere dentro a un film dove c’è un monologo importante. Tu versati pure un bicchiere di vino, o metti in infusione una tisana, sto per partire.
L’importante è che tu ti sia messo comod*.

“Nuvola” è tratta dall’omonimo libro di Alice Brière-Haquet e Monica Barengo per Kite Edizioni, che gentilmente mi ha ceduto l’immagine di copertina per l’artwork del singolo (credits: Marcello Della Puppa – Produzioni Atlante).


1. COM’E’ NATA NUVOLA?

Il libro mi è stato regalato da Chiara Patronella (la stessa amica che mi ha regalato “Domani inventerò”, finita poi in “Antifragile”) ho subito pensato che avesse una scrittura molto musicale, e qualche anno dopo, in un aprile molto piovoso dentro e fuori ho scritto musica e parole in pochi minuti.

Ho scoperto in età avanzata di avere una grande passione per i libri illustrati, soprattutto quelli per bambini. C’è poco testo e i concetti sono trattati in maniera delicata, poetica, pulita. Mi ci ritrovo molto.

In testa avvertivo una sonorità a cavallo tra “Opheus” di David Sylvian e “L’aridità dell’aria” di Cristina Donà, rarefatta, elegante e allo stesso tempo emotiva. Quasi istintivamente ho avvertito che la voce di Chiara Vidonis fosse perfetta per un duetto, perciò ho messo in macchina microfono, scheda audio e computer e sono partita alla volta di Trieste per farle sentire il provino.

(Foto: Claudia Bouvier)

2. LA PRODUZIONE

A Chiara il provino è piaciuto e mi ha regalato la sua voce, abbiamo passato un intero pomeriggio a improvvisare cori su cori che poi successivamente sono stati tutti tenuti e registrati in bella copia al Noshoes Recording Studio da Stefano Pivato, il mio produttore. Tuttavia sentivo di aver bisogno anche di un pianoforte dal tocco delicato e sognante, e ho chiamato Licia Missori, che a distanza, senza troppe indicazioni di forma (“Fammi un pianoforte alla Sylvian“) ha registrato una parte perfetta per il mood.

Ma la ritmica è la parte che amo di più: il pezzo, costruito in 6/8, ha un groove world che poggia su un’anfora, tamburi sciamanici, ocean drum e caxixi

Qualche mese dopo, le chitarre ambient di Claudio Russo hanno aggiunto il tratto emotivo mancante. Armato di Headrush, una chitarra con molto sustain e pedale ha ricreato un effetto molto simile a una pedal-steel.

Sono legata molto a questo brano perchè contiene tante energie femminili quante maschili in perfetto equilibrio. Ci sono giorni un po’ così, in cui niente sembra andare bene. Ci sentiamo avvolti da una nuvola, e non riusciamo a mettere a fuoco le cose, neppure se il cielo è luminoso. Questa nuvola rende tutto triste e nebuloso. Ma se sappiamo aspettare, spesso, il giorno dopo quella nuvola è passata, e tutto ci appare finalmente più chiaro e riconoscibile. Una storia che parla delle nostre giornate storte e della malinconia, e ci spiega che, se abbiamo pazienza, quella a breve se ne andrà via.



3. IL TESTO

Ti svegli ad Aprile
Con un’ombra in faccia
Oscura la luce, oscura la vista

L’ombra si posa sulle cose belle,
le rende più spoglie, le rende più lente.
Piove dentro me una grandine molto violenta,
pensavo fosse una nuvola.

E più scende giù diventa polvere,
diventa nebbia
e tu vai a fari spenti.

Ci sono giorni un poco stronzi,
non torna nulla,
non si sa perché.
Bisognerebbe guardare oltre
Semplicemente,
far finta di niente.

Rischi di cadere,
meglio fermarsi ad aspettare.
Il tempo s’aggiusta,
lascia che passi il temporale.

Piove dentro te una grandine molto violenta
Ne vedo sulla tua guancia
Gocce un poco liquide di una perturbazione atlantica
Che non sembra cessare.

Ci sono giorni un poco stronzi,
non torna nulla,
non si sa perché.
Bisognerebbe guardare oltre
Semplicemente,
far finta di niente.

Arriva maggio,
al tuo risveglio,
si apre un fiore tra testa e cuore.
Dopo la pioggia
c’è la carezza,
c’è la speranza
E’ primavera anche per te.

4. IL VIDEO


Quando abbiamo cominciato a girare sia Chiara che io eravamo in zona rossa e ho avuto l’idea di riprendere una nostra giornata dalla mattina al tramonto, lei a Trieste, io a Padova. L’idea è quello di raccontare la contemporaneità armate solo di fotocamera del cellulare, senza filtri, il nostro oggi, le nostre Nuvole.

Beva, beva, mi raccomando beva

“BEVA, BEVA, BEVA. MI RACCOMANDO, BEVA”
un READING CONVALESCENTE
di e con Elisa Bonomo (2016)

[Nota a margine: Ho scritto questo testo nel 2016 dopo una mononucleosi piuttosto aggressiva. Per un mese la mia giornata era scandita dall’assunzione di farmaci. Il periodo e la visione compulsiva di “Pomeriggio 5” sul divano di casa hanno fatto nascere la canzone più cattiva di Sinusoide, “Maleducata”]

(stentorea)

Tachipirina: 1000 grammi compresse, Paracetamolo, massimo 3 al giorno una ogni 8 ore.
Una compressa. Un bicchiere d’acqua. Afferro il bicchiere e bevo. Bevo perché so che anche oggi devo idratare il mio organismo.

(Pausa)

Ore 7.00: Lansoprazolo Sandoz BV, 30 mg, capsule rigide gastroresistenti. Da prendere per 10 giorni, a digiuno, appena sveglia, prima di tutti gli altri medicinali. Serve a proteggere lo stomaco.

Ore 9.00: Prima misurazione febbre con Nestlè Lc1 Vital. Un miliardo di fermenti viviii! (entusiasta). Con Vitamina B6 che aiuta a ridurre
– la stanchezza
– la fatica

DUE BOTTIGLIETTE GRATIS CON L’ESCLUSIVO LACTOBACILLUS JOHNSONII LA1!!!

(Pausa)

Nota a margine: boicotto Nestlé e tutti i prodotti affini da quando ho 18 anni perché ho letto NoLogo e c’era la storia del latte contaminato.
Ho pure fatto una tesina che era un misto tra inchiesta e “V per V Vendetta” in salsa teen e ho preso 10.
E adesso l’unica cosa proibitiva che il mio stomaco accetta è la mia acerrima nemesi adolescenziale che in questo momento mi sta facendo un grandissimo “SUCAAA!“, dall’alto della sua linguaccia da staccare in alluminio.

Maledetto karma.

Ore 10.00 mattina: Macladin 500 mg, compresse rivestite claritomicina. 2 al giorno ogni 12 ore per sette giorni. Ho preso il farmaco generico perché più economico e soprattutto perché il farmacista mi fa “guardi ha lo stesso principio attivo dell’altro, la differenza è il prezzo” e allora eccoti qui i miei 2 euro. E io felice esco, con i miei soldi in tasca, con la consapevolezza di aver gabbato i Big Pharma.

(Pausa, seria)

E invece no.
Se mia madre al posto dell’Imigran prende IL (sottolinea con l’indice destro) farmaco generico, col picchio che le passa l’emicrania.

“Effettivamente il principio è attivo è un po’ meno. Nel generico”, le ha confidato il farmacista, messo alle strette.

NESSUNO UCCELLA MIA MADRE. Nemmeno la medicina sommaria.
Lei sa.
Ma te lo dice dopo.

Ore 10.15: N°2 fette di patata da poggiarsi su occhi gonfi per 15 minuti. Aiuta a sgonfiare.
Ore 10.30: Rimuovere n°2 fette di patata. Notare se miglioramenti.
Ore 10.30 e 15 secondi di orologio smartphone: No.

Ore 12.00: Seconda misurazione febbre featuring Fermenti lattici Lactoflorene PLUS Fermenti Lattici Vivi ad azione Probiotica con vitamine del gruppo 8 e Zinco senza glutine e lattosio.
E su questo, niente da dire. (alzando le mani, scuotendo il capo)

Ore 13:00: Assunzione gelato fresco al limone, thè, succo, acqua…bere bere bere sempre almeno 1 litro, un litr ‘e mezzo di acqua al giorno perché devi mantenerti idratata e in più combatti l’astenia primaverile, lo dicevano ieri ai Fatti Vostri e se lo dice Magalli io ci credo!

Ore 14:00: Gargarismo dopo pasto con un cucchiaio di sale grosso e/o bicarbonato di sodio e acqua. Sciacquare.
Il Bicarbonato ha un sacco di proprietà sapete. Usatelo per la lavatrice, per pulire, per sgrassare, per i capelli, per fargli gli scrubs face&body, per i denti…

Ma il bicarbonato ha purtroppo un annoso problema di autostima. Nonostante le sue MOLTEPLICI CAPACITA’, si è sempre sottovalutato molto.
Perché si fa pagare poco.
Ore 14:15: Riflessione sul fatto che io e il bicarbonato in fondo non siam poi così diversi.

Ore 15:00: Terza Misurazione ossessiva compulsiva febbre. Quando sale mi ricorda l’applausometro di “La Sai L’ultima?“. Vorrei essere Pamela Prati. Ma non quella di Mark Caltagirone. Quella con Pippo Franco. Ne evinco che se penso liberamente a Pippo Franco in un casuale giorno di Aprile forse la mia febbre è abbastanza alta.
Ore 15:15: E se l’attesa della prossima misurazione della febbre fosse essa stessa la misurazione della febbre?

Ore 17:00: Visita parente e/o affine che sicuramente sa più di te sul tuo stato di salute, sul fatto che ti trascuri, sul fatto che l’omeopatia è meglio e la naturopatia dice di più, “hai mai pensato alla meditazione?”, non ti rispetti, che ti devi fermare, che non hai pazienza, che non ti curi abbastanza, che non hai fatto i controlli giusti, che c’è un sacco di gente che ha la tua stessa malattia… forse è in giro, che non hai ascoltato il tuo corpo, eh che un po’ te lo meriti… (alzando la voce, urlando scocciata) E allora ammalati tu parente, toh, ammalati, divertiti un po’ anche tu… Cosa vieni a fare qua se non a dirmi cose che non so già… (breve pausa) E ringrazia Dio che oggi non ti posso dire quello che penso perché ho la giornata veramente piena!

Ore 19:00: Zirtec 10 mg, compresse rivestite con film. Cetizina dicloridrato. Una al dì, per 14 giorni, e mi raccomando dieta in bianco perché dobbiamo ridurre il rischio allergeni e di solito si parte dagli alimenti quindi quasi tutto al vapore, poco sale, poco olio, poco tutto, riso sì, verdura e frutta quanta ne vuole, attenzione carni rosse e assolutamente
NO UOVA
NO CIOCCOLATO
NO INSACCATI
NO LATTICINI

(qui procede come fosse un dialogo a due voci)
(abbattuta) “Se mi diceva ‘Astinenza sessuale per un mese ero più contenta” (accondiscendente) “Sì, ma almeno la Zirtec la può assumere sempre alla stessa ora”

(breve pausa)

“Dottore, ma la febbre non mi scende”
“Ok allora” (segue lista)
Ore 19:00: Deltacortene. 25 mg compresse. Prednisone. 10 compresse. A stomaco pieno. I primi 5 giorni pastiglia intera, i secondi cinque giorni mezza pastiglia. Ma continui a prendere gli antibiotici, perché oltre a essere virale potrebbe comunque esserci qualcosa di batterico. Cosa mi combina, Bonomo! Beva, beva, beva sempre che il cortisone deve starsene sul suo corpo ora ma non per troppo. Quindi mi raccomando, Beva!
Dalle ore 20:00 alle ore 21:00: BEVO.

Ore 23:00: Mi sono dotata di due termometri, uno elettronico a bip e l’altro a mercurio che infilo nello stesso momento nelle due ascelle per creare media, mediana e moda dei risultati.

Ore 24:00: Che vita di merda.
Di merda, ma ben idratata.

Il dolore degli altri

PREMESSA:
Ci ho pensato bene prima di scrivere questo articolo, il rischio di suscitare pietà o un certo tipo di pornografia sentimentale è molto alto quando si parla di disturbi depressivi.

Eppure lo faccio per quella grande fetta di lettori che, come me quando stavo male e non ero in grado di esprimermi, hanno trovato un po’ di se stessi nelle parole degli altri.

Il mio racconto sarà un po’ sparso, un po’ deviato, come tutti i pensieri che faticosamente ho raccolto dalla loro forma stropicciata e ho piegato, e cercato di mettere vicino alla parole di chi mi è rimasto vicino in questi mesi.
Buona lettura!
Elisa

“Il dolore degli altri”

Sai, il dolore degli altri fa sempre un po’ paura. Non sai come toccarlo, non sai come affrontarlo. Resti sempre a guardare e non sai se fare un passo indietro o un passo in avanti.

Ho pensato spesso a questa frase di Chiara in queste ultime settimane.
A quanto dolore abbiamo provato tutti noi, per una situazione o per l’altra, a quanto siamo stati messi alla prova.
A quanto vorremmo dirci l’un l’altro che ci vogliamo bene, che ci siamo, ma magari non riusciamo ad esserci come l’altro vorrebbe, o perché siamo impegnati in una battaglia di cui pochi o nessuno sa, o semplicemente perché la vita ci ha induriti, anestetizzati, stancati.
Perché dichiarare il dolore in questa società ci rende vulnerabili, fragili, incompresi da chi appunto, il dolore dell’altro non lo vuole vedere e lo minimizza, lo caccia, lo ridicolizza.

Mentre scrivo do uno sguardo a Viviana, una ragazza eccezionale.
La fisso, e mi sorride, bellissima nel suo abito celeste.
Viviana non c’è più e non ho memoria di una volta in cui non mi sorridesse con ogni parte del suo corpo: con gli occhi, con la voce, con le mani.
Aveva una luce bellissima, le ho voluto molto bene e la sua foto l’ho messa nello studio, circondata dai libri di musica, di lezioni di allievi, dei miei strumenti musicali, dalle note “Vivere” di Vasco Rossi che tanto stiamo suonando in questi giorni.

Mi hanno chiesto di cantare al suo funerale, alla fine, e io ho fatto il mio meglio, anche se avevo la voce strozzata, emozionata, liquida e raggrumata.

Ho letto da qualche parte che il canto e la musica, prima di essere portati a una dimensione elitaria, era alla portata di tutti, era una preghiera, un’elevazione dal quotidiano per sollevare lo spirito.
E’ stato in quel momento ho pensato che non si sfugge mai alle proprie vocazioni. Come dice Silvia Magnani, le vocazioni appaiono un po’ prima dell’adolescenza, noi già da piccoli sappiamo benissimo cosa fare. Il calciatore, la suora, il prete, il cantante: se abbiamo una vocazione o la assecondiamo, o ci mettiamo una coperta sopra.

Ecco: nel momento più delicato della mia psiche, mi hanno chiesto di essere voce. La mia vocazione primaria.

“Non mi sento molto bene”

Ricordo poco di gentile in questi ultimi mesi mentre ero una nuvola paralizzata.
Ricordo Matteo che mi versa un bicchiere d’acqua dopo avergli dato un calcio dialettico in pieno petto, ricordo Adam che molla il suo panino mentre sta sotto una panchina assolata per darmi una mano a disarcionare il carrello della spesa, Silvia che educa la mia voce in una stanza veramente afosa, Chiara che mi prepara da mangiare, mi prepara un letto e mi fa passeggiare, mia mamma che mi stringe e mi dice “calmati, calmati, sono qui”, Alberto che mi regala una serata al Conestoga, Stefano che mi mette dello zucchero nel caffè e me lo porge.

Ricordo che me ne sto accovacciata per terra con la bicicletta vicino, incapace di camminare o di non dire altro che “mi sento poco bene”.
Sento le sirene dell’autoambulanza, mi caricano e mi tengono al Pronto Soccorso di Abano Terme per qualche ora.
Sono tutti gentilissimi con me, e io quasi mi sento in imbarazzo che qualcuno si stia prendendo cura di me.

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre. (Carlo Mazzacurati)

Posso dire che tutto è arrivato insieme, male e forte. Il Covid, la mia famiglia, i miei affetti, il mio studio, il mio futuro. Il sassolino è diventato una valanga, e per me non è stato più facile controllarlo. Credevo che una pausa forzata mi insegnasse a riflettere e a diventare una persona migliore, e di fatto per alcuni versi è stato così, per altri versi è stato un forte acceleratore delle mie paure e dei mostri che continuo a tenere nascosti dentro l’armadio. Ognuno di noi in questo periodo ha fatto i conti con i propri livelli di sofferenza, di crisi, di domande insolute e di progettualità.

C’è sempre qualcosa che ci porta indietro, e ogni volta ci tocca partire daccapo (Marco Paolini)

Ascolto Marco Paolini dalla prima fila nel cortile del Teatro Villa dei Leoni, visibilmente segnato in volto. Sono stata l’ultimo biglietto dell’ultimo giorno, trovato per fortuna. Penso che mi sento molto bene nel sentire qualcuno raccontare, darmi il suo lucido punto di vista sulla situazione. Concordo sul fatto che questa non è una ripartenza, è una pausa, e non so se la mia mente potrà resistere a un secondo lock-down. Penso che mi mette un po’ di angoscia assistere con la mascherina e distanziata a uno spettacolo teatrale, la mia testa si rifiuta di pensare che questa situazione possa essere permanente, ma un’altra parte la teme e non sa come reagirà.
Mentre sorrido a qualche battuta di monologo, penso a come Marco si possa sentire dopo la vicenda che l’ha colpito. Se si sente ancora in colpa per quello che gli è successo, se gli fanno male le risate del pubblico come avevo letto in un articolo di giornale e allora cerco di contenerle, mascherarle ed è facile mascherarle con una diamine di mascherina, ironia della sorte. Penso che Marco, come me e tanti altri, ha fatto i conti con il concetto di irreversibilità, ovvero che la sua vita da un certo punto in poi non è potuta più essere  la stessa.
E come si sopravvive a una condizione di irreversibilità?

“Sto vivendo un periodo difficile”

Ho smesso di ascoltare musica, e di farla. Mi sono persa molte cose in questo periodo, molte occasioni, chiedo scusa a tutte quelle persone che aspettavano da me delle risposte, ma l’apatia porta a rendere ogni cosa difficile, come se fossi schiacciato da un peso di una tonnellata e il compito sta proprio sopra una montagna altissima.
Quando stai veramente male perdi persino la forza di chiedere aiuto, ti sembra tutto piatto, tutto inutile. Quando ho cominciato a credermi in un posto e vedermi in un altro, a non tollerare nessun tipo di stress che non fosse mangiare, bere, dormire, una parte di me, quella più cazzuta, ha pensato che la mia vita, almeno per me, valeva qualcosa. Che non si può vivere mangiando ansia. Che non c’è niente di giusto nel vedersi attraverso una finestra. Che non ci si può vedere finiti a 33 anni. E così ho chiesto aiuto.
Un aiuto vero.

Le cose difficili sono tante cose semplici messe insieme. Le cose possono cambiare, non abituarti, ma soprattutto, non accontentarti (Giovanni Rago)

Per te che hai letto fino alla fine, mi sento di dirti grazie, e di dirti che anche nei momenti in cui non ci sei più tu, la tua vita vale. Vale sempre.
E’ il tuo cervello a convincerti del contrario, che è finita, che non servi, ma non è mai così, è un grande inganno costruito da te da cui solo tu puoi uscirne con dei bravi professionisti.
A me suonare fa ancora un po’ male e faccio fatica a farlo, ma continuo ad insegnare e a dare quel poco che ho oggi con tutta me stessa. Ho imparato che a volte si deve solo stare in silenzio perché è giusto così, che i mesi che perdi rispetto agli anni che vivi sono comunque un lasso di tempo che poi si può recuperare. Un silenzio di ricerca è esso stesso lavoro.

A te che continui a leggere, non sei solo, ci sono un sacco di motivi per cui continuare a vivere, anche se ora tu non li vedi. Sei una collana rotta e ci vorrà del tempo per ritrovare tutte le perle e rinfilarle una alla volta, e potrà ricaricapitare di romperti, non lo escludo.
Prenditi cura di te stesso, e del tuo dolore, chiamalo per nome, dagli importanza, presentalo a chi ti ama. E’ il primo passo per stare bene.

In bocca al lupo a te, io so vedere il tuo dolore.

Elisa

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