“Antifragile è un album autentico, semplicemente sincero che permette l’accessibilità al magmatico ventaglio contenutistico della giovane artista” (Spazio Rock)

“Al termine dell’ascolto, quello che più mi rimane in testa di Elisa è il coraggio, dimostrato anche nella scelta esclusiva dell’italiano (…). Dopo averla sostenuta con il crowdfunding, continuiamo a credere in lei” (The Front Row)

“Elisa Erin Bonomo gioca un’ottima carta con l’album di debutto “Antifragile”. Chi cerca un rock graffiante ma con dei testi intelligenti si troverà sicuramente a casa” (Music Attitude)

L’ALBUM

“Antifragile” è il primo album da solista della cantautrice e chitarrista veneziana Elisa “Erin” Bonomo. Un concept album all’inglese (ma cantato in italiano) che parla di cambiamenti, di traslochi, di resilienza.

Registrato, mixato e masterizzato presso il No Shoes Recording Studio e prodotto insieme a Stefano Pivato, “Antifragile” è un concentrato di talento ed esperienza, un mix equilibrato di riff graffianti alla PJ Harvey e Juliette Lewis, e della poesia delle migliori cantautrici italiane.

“E’ un esercizio di vulnerabilitàˆ”, spiega Erin. “Il titolo nasce dalle parole di Nassim Nicholas Taleb.
Il filosofo, saggista e matematico libanese dice che il robusto sopporta gli shock e rimane uguale a se stesso, l’antifragile li patisce, li accusa, ma grazie alle difficoltà migliora”.

Un album dedicato a chi ha la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici della vita. Un atto di ribellione, una presa di coscienza, fortissimamente voluto dopo una vita imposta fatta di lavori, relazioni, case scoppiate, “Antifragile” è un album interamente suonato, con testi talvolta ironici e talaltra profondi e con una voce potente.

Questo album, completamente finanziato con il crowdfunding, arriva dopo un EP, autoprodotto e in lingua inglese, dal titolo “Once in a blue moon” (2007), e dopo due EP firmati con il suo gruppo, La Cantina dei Bardi (Offerta libera – 2010, e Terzo tempo – 2015).

LA CANTAUTRICE

Cantautrice e chitarrista veneziana, Elisa “Erin” Bonomo comincia a comporre dai 12 anni prevalentemente in lingua inglese per poi passare anche all’italiano verso i 20. Il suo primo EP, autoprodotto e in lingua inglese, si chiama “Once in a blue moon” (2007).

Negli anni successivi si trasferisce a Padova, collaborando come speaker e autrice per una web-radio universitaria, RadioBue, scrivendo uno spettacolo teatrale assieme all’attrice Grazia Raimondo, “BlackOut!”, incentrato sul tema del precariato e dell’immigrazione, e pubblicando un demo autoprodotto con lo stesso nome, “BlackOut!” (2009).

Chitarra elettrica, looper, harmonizer, tastiera e voce, si esibisce a Suoni di Marca 2016 aprendo il palco a Daniele Silvestri e successivamente viene inserita nella compilation delle Indiemood Sessions in esclusiva su Rockol con i Mellow Mood, Alessandro Grazian, IACAMPO, C+C=Maxigross.

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Eventi Passati

16 Feb 2017 Padova, Italia ( ITA ) Ca' Sana Ca' Sana
09 Feb 2017 Marano di Mira, Italia ( ITA ) Ostaria ai Kankari Ostaria ai Kankari
23 Dec 2016 Mestre, Italia ( ITA ) Conestoga Conestoga
10 Dec 2016 Camino di Oderzo, Italia ( ITA ) Osteria dei Giusti Osteria dei Giusti
25 Nov 2016 Cittadella, Italia ( ITA ) Birreria Gossip Birreria Gossip
06 Nov 2016 Vicenza, Italia ( ITA ) Mavalà Mavalà
11 Sep 2016 Vigonovo, Italia ( ITA ) Vigonovo Centro Vigonovo Centro
10 Sep 2016 Ponte San Nicolò, PD ( ITA ) Galleria 46 Galleria 46
28 Aug 2016 Torreglia, PD ( ITA ) Parco Lonzina Parco Lonzina
26 Aug 2016 Mestre, ITA
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12×01 “Fuori dallo scatolone”, Antifragile

Settembre 2016 – NoShoes Recording Studio (Dolo, Venezia)

“Posso farti una domanda stupida? Cos’è il mixaggio?”

“Il mixaggio è il momento che preferisco. Mi chiudo in studio, mi incazzo per dei giorni da solo finché non trovo il suono giusto che ho in testa di tutti gli strumenti. Sono capace di fermarmi anche un intero giorno sul suono di un rullante. E’ il mio banco di prova: devo giustificare tutto quello che ho pensato all’inizio del disco.”

“Che cosa intendi?”

“Che quando ascolto una canzone io vedo tutto. Capisco come deve suonare, la pasta. Ho la visione d’insieme. E non mi accontento finché non esce ESATTAMENTE come l’avevo pensata.”

Ottobre 2016 – NoShoes Recording Studio (Dolo, Venezia)

“Le grafiche del booklet saranno come un grande scatolone, dove metterò gli oggetti che ho tenuto durante i quattro traslochi. Ti ricordi quando mi parlavi della visione d’insieme? Io ce l’ho per tutto il resto. Ho l’idea del logo, cosa mettere nelle maglie, delle grafiche, come uscire nelle foto, lo storyboard del videoclip. Forse passo per una megalomane, ma ho in testa una storia. E per essere raccontata alcuni particolari non possono essere cambiati. La comunicazione è importante. Non prendo per il culo me stessa, tantomeno gli altri. Deve uscire la storia che ho in testa. Devo dire la verità.”

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La copertina del booklet. Artwork: Matteo Simonetti

11 Ottobre 2016 – Flixbus, tratta Milano/Lampugnano – Mestre/Venezia

“Tieni conto che ormai il successo dei dischi lo fanno gli uffici stampa.”

Sto tornando da Milano e questa frase mi sembra vera e agghiacciante al tempo stesso come “Eh ma non sei milanese”, “Eh ma non sei abbastanza indie”, “Eh ma non sei abbastanza mainstream”.

E penso.
Come se essere veneta fosse una colpa.
Come se essere indie fosse una colpa.
Come se non essere indie fosse una colpa.
Io sono io, se mi metto a pensare che musica fare per piacere agli altri è finita.
Non sono cane, né un lupo. So soltanto ciò che non sono.
Praticamente sono Balto.

Faccio parte ancora della vecchia scuola che pensa che un album o è bello o è brutto, indie o mainstream che sia, veneto o milanese che sia.
Non sono mai stata razzista nella vita, figurati se lo sono con la Musica.

A quanto pare non è così, ed è stato utile sentirlo. Per essere preparata a qualsiasi evenienza, che non significa disilludersi o amareggiarsi, ma rendersene conto.
Si sa che più che cercarsele le cose bisogna essercele. Farsi trovare nel posto giusto al momento giusto.
E’ il principio dell’anello, descritto dal buon Saturnino ad un vecchio incontro al Vintage Festival.

Non mirare al pesce grosso, ma ai pesciolini intorno. Un anello dopo l’altro ti porteranno a lui.

Mi trovo all’Autogrill di Desenzano del Garda e ho una nuvola gigantesca in testa: penso alla fatica fatta per finire questo disco, alla paura che tutto venga vanificato per fattori che non posso controllare direttamente.

“Tu non consideri una variante: LA VARIANTE C. Il Culo Eli, o il Caso. Vedi tu. Non sai come verrà accolto il tuo disco dal pubblico. Può essere che tu abbia tutta la pubblicità del mondo e non vada, come pure il contrario. Ci sono delle cose che non dipendono da te, che non puoi prevedere.”

Ha ragione Alice, instancabile risolvi-problemi. Ho fatto tutto il possibile per Antifragile, eppure vorrei fare di più. E’ possibile che non si riesca a capire cosa fare dopo aver fatto un album? Come ci si rivolge a un’etichetta? Come scegliere un booking o un ufficio stampa?

“Se non sai una cosa, chiedila con cortesia. Una domanda non è mai stupida. La risposta, semmai, sì.”

La risposta ha la voce dolcissima di Chiara Vidonis. Una cantautrice che stimo profondamente, e che al telefono ha la stessa voce della mia amica Gioia, quindi per transfert le voglio già bene. Con il mio stesso percorso, e che forse non mi darà la soluzione, ma non cerco soluzioni. Ho bisogno di esperienze e di persone fidate.

E Chiara scrive bene. E chi scrive bene pensa bene.

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”
“Ringraziare è logico/ Essere grati è una questione di buonsenso e rispetto”

“Sì, indubbiamente non risparmiarti nell’ufficio stampa. Fai una piccola ricerca in base ai cantanti a cui ti ispiri e vedi a chi si sono rivolti. Sembra che non succeda nulla all’inizio, ma in realtà se il disco è buono qualcosa si muove. Cerca di investire nella tua immagine, e cerca di suonare il più possibile fuori dalla tua regione. Creati una tua piccola cartella stampa: foto, biografia, disco in streaming. E le aperture dei concerti per artisti BIG! Quelle sono super-importanti. Metti tutto ciò che potrebbe essere giornalisticamente rilevante.”
“Grazie Chiara… Io non so veramente come ringraziarti.”
“Ma figurati! Se non ci si aiuta tra di noi. Rimaniamo in contatto! E spediscimi il tuo disco.”

Appena chiudo la chiamata mi sento un po’ più… consapevole. Credo sia la parola più adatta.

Chiara mi ha appena dato una pacca sulla spalla, e ha avvalorato una tesi che sostengo da un po’, forse non dai risultati immediati, ma per me più etica ed efficace.

Dunque.
Parliamo sempre di risposte, di cambiare le cose, della paura del fallimento.

Credo nel mio piccolo di avere avuto delle vittorie.
La prima è che ho smesso di cercare le risposte negli altri: è molto facile dare la colpa ad agenti esterni di ciò che ci succede, o peggio, aspettare che qualcuno risolva le cose al posto nostro.
Il dolore non si può evitare, ma gestirlo da soli (e in caso condividerlo, non buttandolo addosso a terzi) ci fa capire meglio noi stessi, e di conseguenza gli altri.

La seconda è che bisogna investire nelle persone. Ascoltarle. Il male del nostro tempo è che ci si parla addosso e non si ascolta chi ha qualcosa da dire. Nell’ascolto si capisce chi ti è veramente amico, e chi no. Aiuta a fare una scelta. Investire significa anche scegliere.
Le relazioni diventano contatti, che diventano risorse. Essere d’aiuto, perché poi in un qualche modo quell’aiuto ti ritornerà. A me succede in continuazione.
Capire le persone è come aggiustare una macchina. Non tutti sono in grado di farlo. E non tutte la macchine vogliono essere aggiustate, o non tutte le macchine possono essere aggiustate da te.

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre” (Carlo Mazzacurati)

La terza e di cui vado più felice è che attraverso la mia lotta e le mie parole tanti amici hanno trovato il coraggio di fare qualcosa. Sono partiti dei progetti su Musicraiser, alcune persone che mi seguono su Facebook hanno intrapreso un viaggio da soli, c’è chi mi scrive perché attraverso le mie canzoni ho alleviato un po’ del suo dolore, o li ho fatti sorridere.

“Tutto è provvisorio in questo universo. Non è che sia importante l’esistenza di una canzone… cosa vuoi che sia. E’ importante nel momento in cui influenza qualcuno a diventare un essere più degno” (Franco Battiato)

**********

Non c’è nulla di eroico nella mia vita. Anzi, il più delle volte è dolorosa e palesemente sfigata.
Non mi fido delle persone a cui va sempre tutto bene. Anche di quelle a cui va tutto male. Simpatizzo con chi cerca di affrontare le situazioni, cerca di capire e imparare.

Sono un’umana cantautrice che si divide tra un insegnamento precario, una famiglia caciarona, un disturbo d’ansia generalizzato, conti del dottore e multe da pagare. Un’umana cantautrice che si entusiasma per una nuova chitarra, una bella canzone, per un allievo che riesce a fare il suo primo barrè o fa progressi nel canto, che studia e ama con passione.

Piango tanto e rido di più.

Antifragile, il NoShoesRecording Studio, i miei insegnanti, i miei allievi, il crowdfunding mi hanno insegnato che a tutto c’è una soluzione. Prima o poi. E che bisogna vivere, bisogna essere sinceri, bisogna accettare la propria umanità.

Thinking outside the box”: bisogna uscire fuori dalla propria scatola.
Nel mio caso, dallo scatolone.

11×01 “Come va con l’album?”, Antifragile

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16 settembre 2016
Dai, che la prossima estate parte il mio tour“, replico scherzosamente.
Il tuo tour. Mettitela via che per i primi 3 anni un fonico tuo non te lo potrai permettere. Passi il live-set da sola, ma con la band sarà dura. Dovrai occuparti di pagar loro la serata, essendo turnisti. E se giri per l’Italia? Un noleggio furgone. Il booking? Se è bravo riesce a trovarti almeno 20 date, e vorrà giustamente una percentuale. Videoclip di nuovi singoli. Concorsi. Ufficio stampa.
Mettiti in testa che per questi primi anni, se le cose andranno bene, non guadagnerai. Suonando non ci si arricchisce. Ma questo è il mestiere che abbiamo deciso di fare“.

Rasoiata artica. Giusta rasoiata artica.
In studio abbiamo appena registrato le voci definitive di “Ciclista e Palombaro“, forse mi hanno assunta in una scuola di musica.
Dovrei festeggiare e mi viene il terrore. Guido verso casa e per la prima volta in un anno penso di aver fatto una cazzata.

E’ la fatica di un anno in studio. Del km 30 mentre stai correndo in una maratona, come dice Federico.
E’ la stanchezza e il dolore di una malattia sottile e bastarda che mi infastidisce da Aprile e colpisce nei momenti più insoliti.
E’ la randomness di una nuova folle incognita che incombe su me, Stefano e il NoShoesRecording Studio. Un computer rotto, la corrente che salta, le spese improvvise, le sorprese sgradite.
E’ il mio mescolare tutto insieme in un bolo emozionale unico.

Ma scusa, com’è che Levante ha fatto un album in tre settimane e tu ci metti un anno?

Incasso la battuta. Ma francamente un po’ mi rode il culo.
Eppure, mentre guido verso casa, so che Stefano ha ragione.
Che con i dischi non si guadagna abbastanza per fare un album con un budget più alto, che bisogna inventarsi sempre una nuova alternativa per arrivare a fine mese.
Che tutto quello che ho ottenuto con Musicraiser se ne andrà in ufficio stampa, merchandising, bollini SIAE, stampa CD, grafiche, video e foto varie, venderò solo i dischi ai concerti, suonerò e poi partirà tutto daccapo. Lo so.
Che tutto quello che sto facendo non è abbastanza, ma almeno ci sto provando.
Che non potrò rilassarmi dopo le registrazioni perché partiranno i live.
Che sono sola a fare un lavoro di una squadra.
S O L A.
Ma voglio essere ottimista.

“Come va con l’album?”

La domanda più gettonata dell’ultimo periodo.
Spero vada bene. Le ho sviscerate così tanto queste canzoni che ormai ho perso la giusta distanza. Va che dei giorni mi par di non sapere più cantare, sono sotto a una lente d’ingrandimento gigantesca che esalta tutti i miei difetti e mi ripeto ridendo “Ma faccio così cagare?” e dei giorni non riesco nemmeno a rendermi conto di quanto sto crescendo ascoltandomi e riascoltandomi.
Provo a fare cose che non ho mai fatto in dieci anni di lezioni di canto. Francamente? Ci sto provando. Non so se sia giusto o sbagliato. Lo dirà il tempo.
Lo studio è una palestra, sto buttando il meglio che ho.

Di fianco a me, spalla contro spalla, ho un produttore antifragile. Siamo stanchi entrambi, ma ogni volta che torno in studio mi ricordo perché ho scelto di lavorare con lui: perché ha passione, perché non molla, perché è un onesto, nei giorni in cui un take non va, in cui manca qualcosa o bisogna cambiarla completamente e allora partono i silenzi o le bestemmie a scena aperta, nei giorni in cui basta aggiungere un’allegra fischiettata per svoltare un brano o quando senti che fuori cantano la tua canzone.
Se uno allenta la corda, l’altro la tira. E si rimane in equilibrio.

Spesso mi dimentico che la musica è qualcosa di magmatico, lunatico. Il NoShoes è il posto dove ho riso e ho pianto di più. Dove ho amato follemente quello che stavo facendo o ne avevo persino la nausea.

“Questo è tipo il km 30 alla maratona. Ovvero il vero muro. Se passi il km 30, poi chiudi i 42. Tutti si piantano attorno al 30. Ora tu sei allenata, e sai bene che la fatica è molta. Magari rallentando un attimo, non mollando, la maratona la porti a casa”

La solitudine colpisce le persone che meno la meritano nei momenti in cui meno la meritano. Ma quando la vivi capisci una cosa: che non sei la sola a provarla in quell’istante.
Non vi dirò che è una vita facile, ma è la vita che mi rende libera.
E’ rischiosa la vita di chi non si accontenta e non ci si racconta palle? Hai voglia.
E’ sempre meglio dell’anno prima, in cui ero in un ufficio, in una casa, in una città in cui credevo di stare bene? Sì.
E’ stata un’estate pazzesca, in cui ho suonato-visto cose-conosciuto gente più che ho potuto? Diamine, sì!
Siamo in ritardo con l’uscita? Oh, sì. Ma uscirà come vogliamo.
E allora.
Le cose belle hanno bisogno di tempo.

Epilogo.
Il prossimo album vorrei farlo dark. I bassi alla Joy Division, la batteria elettronica, flanger, chorus, delay. Ho già in mente le atmosfere“.
“Allora bisogna ascoltare i She Wants Revenge. Sonorità dark-wave ma in chiave moderna, evitando di fare alcune merdate indie che si vedono in giro oggi”.
“Oh, bisogna finire questo e già parlo del prossimo. Ho dei problemi seri”.

Sì, è la verità. Sono malata in testa, non sono normale.
Voglio finire questo disco. Ho vive speranze che possa piacere. Penso al prossimo album.
Una che ha l’evidenza davanti agli occhi eppure vuole continuare a suonare in Italia non è normale.
Eppure.
Pazza e recidiva.

“Ma la cazzata l’ho fatta l’anno scorso quando ho iniziato Antifragile o prima?”.
Mi rispondo da me.

[Ph: Matteo Sandi]

10×1 “Happy mistakes. Perché ogni errore è una verità svelata”, Antifragile

È molto importante fare errori. Molto, molto importante. Se non ne avessi fatti non sarei l’uomo che sono oggi. (David Bowie)

19 luglio 2016
Registrazioni backing vocals “Parole al vento” (voci guida)

Elisa (nell’altra stanza – davanti al microfono, tra sè): “Credo di aver appena fatto una cazzata”.
Stefano: (sala mixer – comunicazione al talkback): “Hai appena fatto una cosa bellissima, anche se era uno sbaglio”.
Davide: “MAIUNAGIOIA”.

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Una piccola gioia. (Ph: Matteo Sandi)

“Parole al vento”, una delle canzoni di Antifragile, è frutto di una serie di accordi sbagliati al pianoforte. Solitamente compongo con la chitarra, ma il pianoforte o il basso mi danno la possibilità di sperimentare nuove vie che solitamente non sceglierei, e la cosa mi intriga da sempre parecchio.
Non sento la responsabilità di seguire delle regole precostituite non essendo il mio strumento principale, e questo mi rende più libera mentalmente.

Lo spunto dell’incipit, ovvero l’errore creativo (come lo definirebbe Gianni Rodari) o l’happy mistake (come l’ha definito Brian Eno) come nuova opportunità mi ha spinto a fare un po’ di ricerca sull’argomento, ovvero come vengono considerati gli errori nella musica, e di conseguenza nella vita.

Digitando “errori nella musica” su Google escono una serie di risultati che mettono solo in luce l’aspetto negativo di un errore, e questo dà già a pensare sul tipo di approccio che abbiamo nei confronti di un elemento inaspettato e incontrollato.

Se la fortuna e un po’ di collegamenti mentali accomulati negli anni non mi avessero aiutata, la mia ricerca sarebbe finita qui e chiuderei l’articolo dicendovi che un errore è penalizzante e non dovete farne mai, e invece signori… Di errori dovete farne molti. Perché?

1. In ogni errore giace la possibilità di una storia. (Gianni Rodari)

Nella “Grammatica della Fantasia” Gianni Rodari analizza l’errore creativo, soffermandosi sui refusi dei suoi pezzi battuti a macchina e degli errori grammaticali dei bambini.

Da un lapsus può nascere una storia, non è una novità. Se, battendo a macchina un articolo, mi capita di scrivere “Lamponia” per “Lapponia”, ecco scoperto un nuovo paese profumato e boschereccio: sarebbe un peccato espellerlo dalle mappe del possibile con l’apposita gomma; meglio esplorarlo, da turisti della fantasia. Se un bambino scrive nel suo quaderno “l’ago di Garda”, ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo “lago” importantissimo, segnato anche nella carta d’Italia. Un magnifico esempio di errore creativo è quello che si trova, secondo il Thompson (“Le fiabe nella tradizione popolare”, Il Saggiatore, Milano 1967, pag. 186), nella “Cenerentola” di Charles Perrault: la scarpina della quale, in origine, sarebbe dovuta essere di “varie” (una sorta di pelliccia); e solo per una fortunata disgrazia diventa di “vere”, cioè di vetro. Una scarpina di vetro è sicuramente più fantastica di una qualunque pantofoletta di pelo, e più ricca di seduzioni, anche se figlia del calembour o dell’errore di trascrizione.
La stesura di un testo, o l’esecuzione errata di un accordo può portare a una soluzione più affascinante rispetto a quella pre-intesa.
Ecco che qui l’errore è un percorso laterale, una creazione autonoma di cui ci si serve per assimilare una realtà sconosciuta.

2. L’errore può rivelare delle verità nascoste. (Gianni Rodari)

Ridere degli errori è già un modo di distaccarsene.
Curiosamente Susan, mentre stavano andando al concerto dei Daughter qualche giorno fa, in maniera assolutamente casuale ha espresso due concetti “rodariani”, ovvero che per definire una cosa bisogna conoscerne il suo opposto, e che non esistono sbagli, ma scelte che noi consideriamo migliori rispetto ad altre alternative.
Così come in un testo una parola giusta esiste solo in opposizione alla parola sbagliata. Rodari cita spesso la creazioni di “binomi fantastici“, due parole di cui sfruttiamo l’errore (“serpente bidone” al posto di “serpente pitone”) o di un’unica per ricavare una storia fantastica.

Anche qui, sbagliando s’impara, dice un vecchio proverbio. Uno nuovo potrebbe essere che sbagliando s’inventa.

3. Ogni errore è un’opportunità nel jazz. (Stefon Harris)

Alla TED conference del 2011, il vibrafonista statunitense Stefon Harris spiegò, con l’ausilio della sua band, che ciò che può sembrare un errore non è altro che un’opportunità.

Oltre a un’esibizione musicale e una dimostrazione tecnica della sua osservazione, nel video Harris mette in evidenza come una nota suonata dal suo pianista possa essere percepita come un errore e soprattutto, come questa nota “stonata” possa invece diventare una melodia. Il punto del suo discorso è che in generale molte azioni vengono captate come un errore solo perché noi non reagiamo nella maniera opportuna.

Fonte: http://autori.fanpage.it/nella-musica-come-nella-vita-non-esistono-errori/

4. Onora ogni tuo errore come un’intenzione nascosta (Oblique Strategies, Brian Eno e Peter Schmidt)

Rockit riprende alcune dichiarazioni di Brian Eno sulla creazione musicale contemporanea e degli effetti negativi che il massiccio uso di tecnologia può comportare.

La tentazione è di levigare ogni singolo dettaglio. Quando si ascolta una cosa per più e più volte, e magari c’è una parte della batteria che è leggermente meno precisa, allora la si sostituisce con un’altra. L’effetto immediato è di peggiorare quella parte: senza accorgertene tu stai gradualmente omologando l’intera canzone anche se ogni singolo ritmo, o ogni singola parte di chitarra, ti sembrerà perfetta.

Eno prova a spiegare che secondo lui i cosiddetti “happy mistakes”, ovvero gli errori felici capitati per caso all’interno di un brano e che hanno involontariamente suggerito nuovi modi di suonare e nuovi arrangiamenti ai musicisti che li hanno commessi, siano molto importanti per dare la giusta personalità ad una canzone.

Nel 1975 il produttore ed il pittore Peter Schmidt aveva inventato un set di carte intitolato “Oblique Strategies”, nato con l’obiettivo di aiutare gli artisti alle prese con un blocco creativo. Ogni carta contiene un consiglio per superare tale impasse e uno di questi è appunto “Onora ogni tuo errore come un’intenzione nascosta”. Queste carte vennero utilizzate in molte delle sue produzioni, dai Talking Heads a David Bowie (nello specifico “Sense of doubt“, contenuta in “Heroes”).

5. Un errore può diventare arte. (Glitch Art/Glitch Music)

Avete presente i monitor dei videogame o dei tabelloni ferroviari quando, per un errore di sistema, vanno in tilt e tutto ciò che si vede sono dei puntini colorati in movimento frenetico?
Il termine tecnico è glitch e da questi errori nasce la glitch art.


GLITCH #03 – EXHIBIT ALPHA (2001)

Ant Scott dal 2001 ha fatto dell’imperfezione digitale un fattore estetico realizzando dei lavori ottenuti attraverso la forzatura del sistema e il suo conseguente blocco. Al glitch si rifà, inoltre, anche un particolare tipo di musica, la glitch music appunto, che spazia dall’elettronica all’ambient e che consiste nel fondere frammenti musicali con piccoli rumori e altri “errori” acustici, il tutto ritmato nuovamente. Tra gli esponenti Autechre, Fennesz e Aphex Twin.

La cosa interessante è che Ant Scott ha colto una cosa presente e riconosciuta e ne ha ribaltato il punto di vista, ergendo un’anomalia ad arte.
Ha fatto di un’errore una nuova opportunità.
Ha svelato una verità nascosta.
Ha creato una nuova storia.

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8×01 “Amore, medicine e chitarrette”, Antifragile

Interrogazione di storia.
“Bene Bonomo, su cosa si è preparata?”
“Beh veramente prof, sugli Assiro-Babilonesi”.
“Molto bene. Mi parli dello slancio vitale di Bergson”.
“Ma come prof…”.
“Beh scusi, fa sempre parte del programma scolastico”.

Ho riassunto in poche parole cosa significa registrare le chitarre in studio con Stefano. Sono sempre stata una precisina, una di quelle che deve studiare la parte cento volte per evitare figuracce, ma soprattutto per non far perdere tempo a chi ho affianco. Invece, dopo aver fatto la brutta copia di come avrebbero dovuto suonare sopra batteria e basso, mi ritrovo a fare tutto daccapo. Al momento.

In quei momenti schizzavo malissimo. All’inizio.
“Non ne sono in grado”.
Adesso è quasi sfidante. Anzi, è sfidante.

I più sanno che il mese di aprile l’ho passato completamente a letto, con la faccia sformata, febbre alta, incapace di camminare. Poi i medicinali sbagliati hanno fatto il resto, bloccandomi le mani, togliendomi il sonno, disturbando pesantemente il mio umore.
Finita la malattia, è arrivato un sovraffaticamento muscolare alla mano sinistra.
Mano quasi ferma per due mesi. Per una che deve registrare le chitarre definitive del suo album praticamente una pacchia insomma.

Ma non mi sono persa d’animo. Ne ho approfittato per fare una cosa.

Da quando ho 15 anni, con tantissimi stop-and-go, studio chitarra elettrica.
Devo essere sincera, non ho mai avuto questa grande mano rock, ma non è stata tutta colpa mia.
Sin dall’inizio le Accademie o le Scuole partono con UNA COSA CHE A ME NON E’ MAI ANDATA GIU’: GLI ASSOLI DI CHITARRA.

Per me l’assolo di chitarra è un atto di egoismo. Lo faccio se necessario, altrimenti fottesega.
Vuoi mettere la chitarra ritmica?

Qualsiasi tipo di insegnante medio (salvo rare ed intelligenti eccezioni) parte dicendoti di ascoltare nell’ordine:
Steve Vai
Joe Satriani
Paul Gilbert
Yngwie Malmsteen
e tanti tanti altri.
Insomma, dei virtuosi.

Poi vai in sala prove con gli amici e non riesci a fare la chitarra ritmica di “Smells like teen spirit“, non hai gusto nella scelta del suono e dei vari stili. Ma shreddi da Dio e fai le pirole a 180bpm.
Poi vai a fare il turnista in studio di registrazione e ti dicono “Vorrei un assolo meno eroico. Fammi una chitarra marcia”. (cit. Alberto Milani). E tu vai in crisi.
Va tutto benissimo.

Beh, dicevamo. L’inferma Erin se ne sta a letto e ne approfitta finalmente per cercare il tipo di suono che le piacerebbe avere. E che cosa fa? Cerca i chitarristi che fanno quel tipo di musica che le piace. E fatalità sono chitarristi che le Accademie non cagano nemmeno di striscio.
Ascolta Jeff Buckley, i Pixies, i Killing Joke, i Sonic Youth, i Joy Division, i Radiohead, gli Stooges, i Cure, i primi U2. Ascolta con grandissima attenzione finalmente i Led Zeppelin e gli Ac/Dc.
Ascolta le ritmiche, prova a riprodurre gli assoli con la voce, ma giusto per sfizio.
Ascolta perché non riesce a suonare, ma le sue mani hanno già nuove idee. E ha dei suoni in testa.

“Questa malattia ti ha fatto veramente bene! Il suono è migliorato tantissimo!”
(Khaled Abbas – il mio insegnante di chitarra MMI, giovedì 26 maggio… Due settimane che non toccavo i manuali)

“L’impressione che ho, sentendoti, è che tu vuoi fare bene il tuo compitino. E’ tutto preciso e a tempo, ma è scolastico. Non mi interessa. Voglio un suono anche sporco, ma di cuore. Voglio sentire le ghost note, il carattere!”

“Suoni staccata. Accompagna il suono fino all’ultimo”
(Stefano, 23 aprile 2016 – registrazioni di “Anima Nera”)

“Pensa a Keith Richards. Questo riff se lo fai tutto a pennate in giù lo ammazzi. Ascoltalo bene. Magari non sarà tecnicamente giusto, ma senti che corpo”
(Stefano, 24 maggio 2016 – registrazioni di “Fango”)

Ogni commento mi faceva diventare sempre più piccola alimentando la voce che sì, ero una chitarrista scarsa.
Ma il mio problema non era la tecnica.
Mancava il collegamento cervello-cuore-mano.
Mancava il “proviamoci, comunque vada”.

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[Una rara foto che ritrae Stefano Pivato non di spalle. Ph: Andrea Bonomo]

Un mese in studio con un istintivo mi hanno dato molto di più di 15 anni di chitarra. Mi hanno insegnato il controllo ma anche l’istintività, la ricerca, l’accettazione di quella voglia di buttare via tutto per rifarlo di sana pianta, la voglia di suonare e di divertirmi. Di lasciarmi andare, finalmente. Chiudo gli occhi e mi diverto.
Dopottutto per me suonare è un’esigenza. La mia frustrazione nasceva dal non fare uscire tutta me stessa.
Per quanto ti dicano le cose, le capisci solo quando ti passa un tram sopra.
Siamo sulla buona strada.

La mano ogni tanto fa male. Khaled mi dice di non darci troppo peso, a volte sono cose psicosomatiche.

E negli ultimi due live, magicamente riesco a fare delle piccole improvvisazioni che non fanno troppo cagare.

“Suoni molto bene la chitarra, complimenti! Che tecnica!”
(Astanti al live al Comarò, astanti al live al Lighthouse Pub probabilmente alticci)

Sia ben chiaro, io sono FELICE di frequentare un’Accademia e dei continui input che riesce a darmi. Khaled Abbas è un insegnante eccezionale. Un altro chitarrista che mi piace un mondo e vi consiglio di frequentare almeno una volta una sua clinic è Alberto Milani.
Ma lo dico per me e per gli altri chitarristi: nessun paraocchi. Formatevi anche esternamente. Siate curiosi per conto vostro, cercate il suono, il cuore, oltre alla tecnica. Ascoltate di tutto e rubate dai vostri chitarristi a piene mani.
Cazzeggiate. Cercate di capire gli accordi usati nel funk, i lick blues, il tempo nel punk, lo sporco del grunge, l’effettistica della new wave o del dark.
Ascoltate gli altri strumenti! I giri di basso dei New Order, le batterie dei Nine Inch Nails, il pianoforte di Tori Amos. Altrimenti sarete come quei musicisti che non sanno suonare senza uno spartito davanti.

Ma che cazzo di bello è successo in questo mese?

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