“Un buon inizio che non può far altro che crescere, ma solo rimanendo antifragile” (Rockit)

“Chi è alla ricerca di rock italiano che ha davvero qualcosa da dire, e lo dice in modo diverso da tutti gli altri competitor, è arrivato nel posto giusto. Allacciate le cinture” (Ondarock)

“Antifragile è un album autentico, semplicemente sincero che permette l’accessibilità al magmatico ventaglio contenutistico della giovane artista” (Spazio Rock)

“Al termine dell’ascolto, quello che più mi rimane in testa di Elisa è il coraggio, dimostrato anche nella scelta esclusiva dell’italiano (…). Dopo averla sostenuta con il crowdfunding, continuiamo a credere in lei” (The Front Row)

“Elisa Erin Bonomo gioca un’ottima carta con l’album di debutto “Antifragile”. Chi cerca un rock graffiante ma con dei testi intelligenti si troverà sicuramente a casa” (Music Attitude)

L’ALBUM

“Antifragile” è il primo album da solista della cantautrice e chitarrista veneziana Elisa “Erin” Bonomo. Un concept album all’inglese (ma cantato in italiano) che parla di cambiamenti, di traslochi, di resilienza.

Registrato, mixato e masterizzato presso il No Shoes Recording Studio e prodotto insieme a Stefano Pivato, “Antifragile” è un concentrato di talento ed esperienza, un mix equilibrato di riff graffianti alla PJ Harvey e Juliette Lewis, e della poesia delle migliori cantautrici italiane.

“E’ un esercizio di vulnerabilitàˆ”, spiega Erin. “Il titolo nasce dalle parole di Nassim Nicholas Taleb.
Il filosofo, saggista e matematico libanese dice che il robusto sopporta gli shock e rimane uguale a se stesso, l’antifragile li patisce, li accusa, ma grazie alle difficoltà migliora”.

Un album dedicato a chi ha la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici della vita. Un atto di ribellione, una presa di coscienza, fortissimamente voluto dopo una vita imposta fatta di lavori, relazioni, case scoppiate, “Antifragile” è un album interamente suonato, con testi talvolta ironici e talaltra profondi e con una voce potente.

Questo album, completamente finanziato con il crowdfunding, arriva dopo un EP, autoprodotto e in lingua inglese, dal titolo “Once in a blue moon” (2007), e dopo due EP firmati con il suo gruppo, La Cantina dei Bardi (Offerta libera – 2010, e Terzo tempo – 2015).

LA CANTAUTRICE

Cantautrice e chitarrista veneziana, Elisa Erin Bonomo comincia a comporre dai 12 anni prevalentemente in lingua inglese per poi passare anche all’italiano verso i 20.
Il suo primo EP, autoprodotto e in lingua inglese, si chiama “Once in a blue moon”(2007).

Negli anni successivi si trasferisce a Padova, collaborando come speaker e autrice per una web-radio universitaria, Radio Bue, scrivendo uno spettacolo teatrale assieme all’attrice Grazia Raimondo, “BlackOut!”, incentrato sul tema del precariato e dell’immigrazione, e pubblicando un demo autoprodotto con lo stesso nome, “BlackOut!” (2009). Dal 2010 al 2016 fa parte del gruppo folk acustico “La Cantina dei Bardi”, con cui pubblica due Ep: “Offerta Libera” (2011), “Terzo Tempo” (2015).

Nel 2016 intraprende le carriera solista pubblicando il disco d’esordio “Antifragile”, interamente finanziato tramite crowdfunding. Il disco, pur essendo autoprodotto, raccoglie ottimi consensi da critica e pubblico, tanto che il brano “Scampo”, il cui testo parla di violenza domestica, vince il Premio della Critica al Premio Amnesty – Voci Per la Libertà e inserito nella compilation “Vxl20 – Una canzone per Amnesty”. Nello stesso anno la compilation vince la Targa Tenco nella categoria “Album collettivo a progetto”.

Nella sua intensa attività live da solista e con band apre i concerti di NADA, Daniele Silvestri, Diodato, Maria Antonietta, Chiara Dello Iacovo, Chiara Vidonis, Mimosa Campironi ed è inoltre presente nella compilation delle Indiemood Sessions in esclusiva su Rockol con i Mellow Mood, Alessandro Grazian, IACAMPO, C+C=Maxigross.

Dal 2017 fa parte del collettivo di cantautrici “W.A.V – Women Against Violence”, il cui obiettivo è raccogliere fondi per le donne vittime di violenza e di stalking. Nel 2018 esce la raccolta omonima con una versione di “Scampo” in chiave acustica.

E’ diplomata in chitarra elettrica all’MMI, tiene seminari sul songwriting e studia canto moderno, perfezionandosi con i M° Giuseppe Lopizzo, Silvia Girotto, Alessandro Fortin, Giulia Alberti e seguendo le masterclass di Brett Manning, Patrizia Laquidara, Matteo Belli, Eleonora Bruni, Michele Broglia.

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Eventi Passati

16 Nov 2018 Conegliano, Italia ( ITA ) Maltese Maltese
01 Nov 2018 Treviso, Italia ( ITA ) Ristorante Bosketto Ristorante Bosketto
26 Oct 2018 Treviso, Italia ( ITA ) Colonial Inn Colonial Inn
20 Oct 2018 Cividale del Friuli, Italia ( ITA ) Il Santo e il Lupo Il Santo e il Lupo
13 Oct 2018 w / wav Padova, Italia ( ITA ) Centro Altinate San Gaetano Centro Altinate San Gaetano
07 Oct 2018 Padova, Italia ( ITA ) Busa dei Briganti Busa dei Briganti
19 Sep 2018 Marghera, Italia ( ITA ) Bread&Butter Bread&Butter
14 Sep 2018 w/ WAV Zero Branco, Italia ( ITA ) AltroQuando AltroQuando
08 Sep 2018 w/ WAV Dolo, Italia ( ITA ) Associazione "Il Portico" Associazione "Il Portico"
08 Jul 2018 in duo w/Licia Missori Conscio, Italia ( ITA ) Subconscio Festival Subconscio Festival

Beva, beva, mi raccomando beva

“BEVA, BEVA, BEVA. MI RACCOMANDO, BEVA”
un READING CONVALESCENTE
di e con Elisa Bonomo (2016)

[Nota a margine: Ho scritto questo testo nel 2016 dopo una mononucleosi piuttosto aggressiva. Per un mese la mia giornata era scandita dall’assunzione di farmaci. Il periodo e la visione compulsiva di “Pomeriggio 5” sul divano di casa hanno fatto nascere la canzone più cattiva di Sinusoide, “Maleducata”]

(stentorea)

Tachipirina: 1000 grammi compresse, Paracetamolo, massimo 3 al giorno una ogni 8 ore.
Una compressa. Un bicchiere d’acqua. Afferro il bicchiere e bevo. Bevo perché so che anche oggi devo idratare il mio organismo.

(Pausa)

Ore 7.00: Lansoprazolo Sandoz BV, 30 mg, capsule rigide gastroresistenti. Da prendere per 10 giorni, a digiuno, appena sveglia, prima di tutti gli altri medicinali. Serve a proteggere lo stomaco.

Ore 9.00: Prima misurazione febbre con Nestlè Lc1 Vital. Un miliardo di fermenti viviii! (entusiasta). Con Vitamina B6 che aiuta a ridurre
– la stanchezza
– la fatica

DUE BOTTIGLIETTE GRATIS CON L’ESCLUSIVO LACTOBACILLUS JOHNSONII LA1!!!

(Pausa)

Nota a margine: boicotto Nestlé e tutti i prodotti affini da quando ho 18 anni perché ho letto NoLogo e c’era la storia del latte contaminato.
Ho pure fatto una tesina che era un misto tra inchiesta e “V per V Vendetta” in salsa teen e ho preso 10.
E adesso l’unica cosa proibitiva che il mio stomaco accetta è la mia acerrima nemesi adolescenziale che in questo momento mi sta facendo un grandissimo “SUCAAA!“, dall’alto della sua linguaccia da staccare in alluminio.

Maledetto karma.

Ore 10.00 mattina: Macladin 500 mg, compresse rivestite claritomicina. 2 al giorno ogni 12 ore per sette giorni. Ho preso il farmaco generico perché più economico e soprattutto perché il farmacista mi fa “guardi ha lo stesso principio attivo dell’altro, la differenza è il prezzo” e allora eccoti qui i miei 2 euro. E io felice esco, con i miei soldi in tasca, con la consapevolezza di aver gabbato i Big Pharma.

(Pausa, seria)

E invece no.
Se mia madre al posto dell’Imigran prende IL (sottolinea con l’indice destro) farmaco generico, col picchio che le passa l’emicrania.

“Effettivamente il principio è attivo è un po’ meno. Nel generico”, le ha confidato il farmacista, messo alle strette.

NESSUNO UCCELLA MIA MADRE. Nemmeno la medicina sommaria.
Lei sa.
Ma te lo dice dopo.

Ore 10.15: N°2 fette di patata da poggiarsi su occhi gonfi per 15 minuti. Aiuta a sgonfiare.
Ore 10.30: Rimuovere n°2 fette di patata. Notare se miglioramenti.
Ore 10.30 e 15 secondi di orologio smartphone: No.

Ore 12.00: Seconda misurazione febbre featuring Fermenti lattici Lactoflorene PLUS Fermenti Lattici Vivi ad azione Probiotica con vitamine del gruppo 8 e Zinco senza glutine e lattosio.
E su questo, niente da dire. (alzando le mani, scuotendo il capo)

Ore 13:00: Assunzione gelato fresco al limone, thè, succo, acqua…bere bere bere sempre almeno 1 litro, un litr ‘e mezzo di acqua al giorno perché devi mantenerti idratata e in più combatti l’astenia primaverile, lo dicevano ieri ai Fatti Vostri e se lo dice Magalli io ci credo!

Ore 14:00: Gargarismo dopo pasto con un cucchiaio di sale grosso e/o bicarbonato di sodio e acqua. Sciacquare.
Il Bicarbonato ha un sacco di proprietà sapete. Usatelo per la lavatrice, per pulire, per sgrassare, per i capelli, per fargli gli scrubs face&body, per i denti…

Ma il bicarbonato ha purtroppo un annoso problema di autostima. Nonostante le sue MOLTEPLICI CAPACITA’, si è sempre sottovalutato molto.
Perché si fa pagare poco.
Ore 14:15: Riflessione sul fatto che io e il bicarbonato in fondo non siam poi così diversi.

Ore 15:00: Terza Misurazione ossessiva compulsiva febbre. Quando sale mi ricorda l’applausometro di “La Sai L’ultima?“. Vorrei essere Pamela Prati. Ma non quella di Mark Caltagirone. Quella con Pippo Franco. Ne evinco che se penso liberamente a Pippo Franco in un casuale giorno di Aprile forse la mia febbre è abbastanza alta.
Ore 15:15: E se l’attesa della prossima misurazione della febbre fosse essa stessa la misurazione della febbre?

Ore 17:00: Visita parente e/o affine che sicuramente sa più di te sul tuo stato di salute, sul fatto che ti trascuri, sul fatto che l’omeopatia è meglio e la naturopatia dice di più, “hai mai pensato alla meditazione?”, non ti rispetti, che ti devi fermare, che non hai pazienza, che non ti curi abbastanza, che non hai fatto i controlli giusti, che c’è un sacco di gente che ha la tua stessa malattia… forse è in giro, che non hai ascoltato il tuo corpo, eh che un po’ te lo meriti… (alzando la voce, urlando scocciata) E allora ammalati tu parente, toh, ammalati, divertiti un po’ anche tu… Cosa vieni a fare qua se non a dirmi cose che non so già… (breve pausa) E ringrazia Dio che oggi non ti posso dire quello che penso perché ho la giornata veramente piena!

Ore 19:00: Zirtec 10 mg, compresse rivestite con film. Cetizina dicloridrato. Una al dì, per 14 giorni, e mi raccomando dieta in bianco perché dobbiamo ridurre il rischio allergeni e di solito si parte dagli alimenti quindi quasi tutto al vapore, poco sale, poco olio, poco tutto, riso sì, verdura e frutta quanta ne vuole, attenzione carni rosse e assolutamente
NO UOVA
NO CIOCCOLATO
NO INSACCATI
NO LATTICINI

(qui procede come fosse un dialogo a due voci)
(abbattuta) “Se mi diceva ‘Astinenza sessuale per un mese ero più contenta” (accondiscendente) “Sì, ma almeno la Zirtec la può assumere sempre alla stessa ora”

(breve pausa)

“Dottore, ma la febbre non mi scende”
“Ok allora” (segue lista)
Ore 19:00: Deltacortene. 25 mg compresse. Prednisone. 10 compresse. A stomaco pieno. I primi 5 giorni pastiglia intera, i secondi cinque giorni mezza pastiglia. Ma continui a prendere gli antibiotici, perché oltre a essere virale potrebbe comunque esserci qualcosa di batterico. Cosa mi combina, Bonomo! Beva, beva, beva sempre che il cortisone deve starsene sul suo corpo ora ma non per troppo. Quindi mi raccomando, Beva!
Dalle ore 20:00 alle ore 21:00: BEVO.

Ore 23:00: Mi sono dotata di due termometri, uno elettronico a bip e l’altro a mercurio che infilo nello stesso momento nelle due ascelle per creare media, mediana e moda dei risultati.

Ore 24:00: Che vita di merda.
Di merda, ma ben idratata.

Il dolore degli altri

PREMESSA:
Ci ho pensato bene prima di scrivere questo articolo, il rischio di suscitare pietà o un certo tipo di pornografia sentimentale è molto alto quando si parla di disturbi depressivi.

Eppure lo faccio per quella grande fetta di lettori che, come me quando stavo male e non ero in grado di esprimermi, hanno trovato un po’ di se stessi nelle parole degli altri.

Il mio racconto sarà un po’ sparso, un po’ deviato, come tutti i pensieri che faticosamente ho raccolto dalla loro forma stropicciata e ho piegato, e cercato di mettere vicino alla parole di chi mi è rimasto vicino in questi mesi.
Buona lettura!
Elisa

“Il dolore degli altri”

Sai, il dolore degli altri fa sempre un po’ paura. Non sai come toccarlo, non sai come affrontarlo. Resti sempre a guardare e non sai se fare un passo indietro o un passo in avanti.

Ho pensato spesso a questa frase di Chiara in queste ultime settimane.
A quanto dolore abbiamo provato tutti noi, per una situazione o per l’altra, a quanto siamo stati messi alla prova.
A quanto vorremmo dirci l’un l’altro che ci vogliamo bene, che ci siamo, ma magari non riusciamo ad esserci come l’altro vorrebbe, o perché siamo impegnati in una battaglia di cui pochi o nessuno sa, o semplicemente perché la vita ci ha induriti, anestetizzati, stancati.
Perché dichiarare il dolore in questa società ci rende vulnerabili, fragili, incompresi da chi appunto, il dolore dell’altro non lo vuole vedere e lo minimizza, lo caccia, lo ridicolizza.

Mentre scrivo do uno sguardo a Viviana, una ragazza eccezionale.
La fisso, e mi sorride, bellissima nel suo abito celeste.
Viviana non c’è più e non ho memoria di una volta in cui non mi sorridesse con ogni parte del suo corpo: con gli occhi, con la voce, con le mani.
Aveva una luce bellissima, le ho voluto molto bene e la sua foto l’ho messa nello studio, circondata dai libri di musica, di lezioni di allievi, dei miei strumenti musicali, dalle note “Vivere” di Vasco Rossi che tanto stiamo suonando in questi giorni.

Mi hanno chiesto di cantare al suo funerale, alla fine, e io ho fatto il mio meglio, anche se avevo la voce strozzata, emozionata, liquida e raggrumata.

Ho letto da qualche parte che il canto e la musica, prima di essere portati a una dimensione elitaria, era alla portata di tutti, era una preghiera, un’elevazione dal quotidiano per sollevare lo spirito.
E’ stato in quel momento ho pensato che non si sfugge mai alle proprie vocazioni. Come dice Silvia Magnani, le vocazioni appaiono un po’ prima dell’adolescenza, noi già da piccoli sappiamo benissimo cosa fare. Il calciatore, la suora, il prete, il cantante: se abbiamo una vocazione o la assecondiamo, o ci mettiamo una coperta sopra.

Ecco: nel momento più delicato della mia psiche, mi hanno chiesto di essere voce. La mia vocazione primaria.

“Non mi sento molto bene”

Ricordo poco di gentile in questi ultimi mesi mentre ero una nuvola paralizzata.
Ricordo Matteo che mi versa un bicchiere d’acqua dopo avergli dato un calcio dialettico in pieno petto, ricordo Adam che molla il suo panino mentre sta sotto una panchina assolata per darmi una mano a disarcionare il carrello della spesa, Silvia che educa la mia voce in una stanza veramente afosa, Chiara che mi prepara da mangiare, mi prepara un letto e mi fa passeggiare, mia mamma che mi stringe e mi dice “calmati, calmati, sono qui”, Alberto che mi regala una serata al Conestoga, Stefano che mi mette dello zucchero nel caffè e me lo porge.

Ricordo che me ne sto accovacciata per terra con la bicicletta vicino, incapace di camminare o di non dire altro che “mi sento poco bene”.
Sento le sirene dell’autoambulanza, mi caricano e mi tengono al Pronto Soccorso di Abano Terme per qualche ora.
Sono tutti gentilissimi con me, e io quasi mi sento in imbarazzo che qualcuno si stia prendendo cura di me.

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre. (Carlo Mazzacurati)

Posso dire che tutto è arrivato insieme, male e forte. Il Covid, la mia famiglia, i miei affetti, il mio studio, il mio futuro. Il sassolino è diventato una valanga, e per me non è stato più facile controllarlo. Credevo che una pausa forzata mi insegnasse a riflettere e a diventare una persona migliore, e di fatto per alcuni versi è stato così, per altri versi è stato un forte acceleratore delle mie paure e dei mostri che continuo a tenere nascosti dentro l’armadio. Ognuno di noi in questo periodo ha fatto i conti con i propri livelli di sofferenza, di crisi, di domande insolute e di progettualità.

C’è sempre qualcosa che ci porta indietro, e ogni volta ci tocca partire daccapo (Marco Paolini)

Ascolto Marco Paolini dalla prima fila nel cortile del Teatro Villa dei Leoni, visibilmente segnato in volto. Sono stata l’ultimo biglietto dell’ultimo giorno, trovato per fortuna. Penso che mi sento molto bene nel sentire qualcuno raccontare, darmi il suo lucido punto di vista sulla situazione. Concordo sul fatto che questa non è una ripartenza, è una pausa, e non so se la mia mente potrà resistere a un secondo lock-down. Penso che mi mette un po’ di angoscia assistere con la mascherina e distanziata a uno spettacolo teatrale, la mia testa si rifiuta di pensare che questa situazione possa essere permanente, ma un’altra parte la teme e non sa come reagirà.
Mentre sorrido a qualche battuta di monologo, penso a come Marco si possa sentire dopo la vicenda che l’ha colpito. Se si sente ancora in colpa per quello che gli è successo, se gli fanno male le risate del pubblico come avevo letto in un articolo di giornale e allora cerco di contenerle, mascherarle ed è facile mascherarle con una diamine di mascherina, ironia della sorte. Penso che Marco, come me e tanti altri, ha fatto i conti con il concetto di irreversibilità, ovvero che la sua vita da un certo punto in poi non è potuta più essere  la stessa.
E come si sopravvive a una condizione di irreversibilità?

“Sto vivendo un periodo difficile”

Ho smesso di ascoltare musica, e di farla. Mi sono persa molte cose in questo periodo, molte occasioni, chiedo scusa a tutte quelle persone che aspettavano da me delle risposte, ma l’apatia porta a rendere ogni cosa difficile, come se fossi schiacciato da un peso di una tonnellata e il compito sta proprio sopra una montagna altissima.
Quando stai veramente male perdi persino la forza di chiedere aiuto, ti sembra tutto piatto, tutto inutile. Quando ho cominciato a credermi in un posto e vedermi in un altro, a non tollerare nessun tipo di stress che non fosse mangiare, bere, dormire, una parte di me, quella più cazzuta, ha pensato che la mia vita, almeno per me, valeva qualcosa. Che non si può vivere mangiando ansia. Che non c’è niente di giusto nel vedersi attraverso una finestra. Che non ci si può vedere finiti a 33 anni. E così ho chiesto aiuto.
Un aiuto vero.

Le cose difficili sono tante cose semplici messe insieme. Le cose possono cambiare, non abituarti, ma soprattutto, non accontentarti (Giovanni Rago)

Per te che hai letto fino alla fine, mi sento di dirti grazie, e di dirti che anche nei momenti in cui non ci sei più tu, la tua vita vale. Vale sempre.
E’ il tuo cervello a convincerti del contrario, che è finita, che non servi, ma non è mai così, è un grande inganno costruito da te da cui solo tu puoi uscirne con dei bravi professionisti.
A me suonare fa ancora un po’ male e faccio fatica a farlo, ma continuo ad insegnare e a dare quel poco che ho oggi con tutta me stessa. Ho imparato che a volte si deve solo stare in silenzio perché è giusto così, che i mesi che perdi rispetto agli anni che vivi sono comunque un lasso di tempo che poi si può recuperare. Un silenzio di ricerca è esso stesso lavoro.

A te che continui a leggere, non sei solo, ci sono un sacco di motivi per cui continuare a vivere, anche se ora tu non li vedi. Sei una collana rotta e ci vorrà del tempo per ritrovare tutte le perle e rinfilarle una alla volta, e potrà ricaricapitare di romperti, non lo escludo.
Prenditi cura di te stesso, e del tuo dolore, chiamalo per nome, dagli importanza, presentalo a chi ti ama. E’ il primo passo per stare bene.

In bocca al lupo a te, io so vedere il tuo dolore.

Elisa

L’arte di lasciarti andare

“Il cuore ha una capacità di amare infinita… E’ che molto spesso la gente lo dimentica”

“Vedi Eli, ti conosco da molti anni. E sei una che si fa sempre un sacco di domande. Il tuo lavoro ti spinge a fartele, come pure la vita. Ecco, io credo che il tuo lavoro ti spinga a vivere una vita incredibile, ma attorno a questo tuo perno penso che ruoti il tuo senso”

Ho fatto l’ultima data di Antifragile con il magone di chi lascia andare una persona amata per un po’ di tempo, dopo averla conosciuta, aspettata, odiata, maltrattata, abbandonata, ripresa, riscoperta, riamata, apprezzata e rispettata.
Sono partita con questo blog qualche anno fa, quando qualcuno mi disse che parlare di me sarebbe stato pornografico, e invece è stato il mio più grande successo.
Mancava solo il capitolo finale di una storia lunga più di due anni.

Due anni incredibili che se mi guardo indietro mi hanno fatto toccare con mano cose che nemmeno avrei immaginato all’inizio dell’avventura, io, quella ragazzina con i capelli ricci che aveva lasciato il lavoro da social media manager e si disperava per un reddito precario.
Io, che imparavo e rimanevo incantata a vedere come le mie canzoni diventavano qualcosa che poteva somigliare alle canzoni che passano per radio.
Io, che dall’alto di tanti tetti crollati ho tenuto “Antifragile” stretto stretto, e me lo son portato avanti.

Il Piccolo (e lo chiamerò sempre così) ha fatto tanta strada, più di quanta immaginassi. E’ stato tanto amato e sostenuto, più di quanto pensassi.
Il Piccolo mi ha portato a misurarmi con me stessa e con gli altri più di quanto potessi sostenere, a volte mi ha letteralmente schiacciata, ma come dice Bowie… “Se sei capace di resistere a un tour puoi resistere a tutto”.

Credo in maniera assoluta e totale che fare dischi mi aiuti a diventare volta dopo volta un’artista e una persona migliore. E riascoltando “Antifragile” sicuramente qualcosa la cambierei. Ma globalmente, e onestamente, mi ridico che di lui sarò sempre felice. Perché è un disco onesto, e ha rappresentato il mio 100% in quel periodo.
Mi ha permesso di vedere quello che volevo essere nel disco successivo, e quello che non avrei voluto essere più… E l’esercizio più bello, oltre a volerlo, è stato quello di lasciarlo andare dopo due anni di live.

Perché non potevo continuare a riproporre una fotografia di un’Elisa che sicuramente resterà dentro di me – perché antifragili si rimane sempre – soprattutto per rispetto a una nuova Elisa che sgomita, in attesa di avere voce e tempo per poter realizzare Sinusoide.

Sinusoide, sì.
Come avete capito, adoro i concept album. Ma proprio perché adoro i racconti, i fil rouge, i film con il finale ciclico. Sinusoide sarà un disco ancora più personale di Antifragile, e ce ne vuole.

“Bru, con questo disco ho paura di fare male… Che cosa dicono le carte?”
“Le carte dicono di andare… E’ nella tua natura raccogliere segreti. E’ nella tua natura affrontare ostacoli”

Per Aspera ad Astra… Continuo a dirmi.
Ho in mano una decina di canzoni, una metà cattivissima, una metà eterea.
Incompatibili ma perfettamente simmetriche.

“Io non so di cosa ti vuoi meravigliare… Sei sempre stata due cose insieme. Con occhiali o senza occhiali. Elegantissima o maschiaccio. Euforica o silenziosa. Credo che se non sei in grado di scegliere tra le due sponde… Ti conviene scegliere il fiume”

Mi conviene scegliere il Fiume.

Succede che durante il tour di Antifragile mi innamoro. Perdutamente. Impossibilmente.
Ma mi innamoro come non mai.
Mi innamoro della persona più sbagliata del mondo e questo amore fiorisce, e con lui me stessa. Cerco gli interruttori per spegnerlo, questo amore, ma per quanto schiacci compulsivamente il tasto OFF il mio cuore mi porta sull’ON.
Così, per giorni, mesi, anni addirittura.
Ed è difficile spiegarlo a me, figurati spiegarlo a chi mi sta intorno questo meccanismo, questo loop che si stoppa e riparte, questo amore fiorisce dentro di me in silenzio, morendomi spesso in gola.
E come in tutte le cose in cui ti trovi per la prima volta, un po’ come una beta tester di una situazione impossibile ma allo stesso tempo viva e reale, o decidi di soccombere o decidi di affrontare la situazione senza fare troppi morti né feriti.
Ho scelto di essere grata a questo amore impossibile.

E ho scritto.
Ho scritto tutto quell’amore che non ho potuto vivere ma solamente sfiorare, mi sono fatta tante di quelle foto per ricordarmi chi ero, che cosa meritavo e non meritavo, solo per non cedere all’ossessione, alla paranoia, allo sconforto che un amore nascosto può darti.
Per ricordarmi che quando ci si innamora è sempre una rivoluzione, una benedizione, ci si innamora anche di noi stessi, e io, giuro, erano anni che mi non innamoravo così di me.
Ho tenuto il cuore aperto, anche se è stato doloroso e a tratti straziante. Ho tenuto il cuore aperto e una testa sempre vigile, lucida e consapevole che mi ha permesso di vivere e di non attaccarmi troppo a quello che non avevo, ma a quello che avrei potuto avere.

E così, un bel giorno, quando ho toccato quel fondo che non credevo mai di raspare e le testuali parole “Non posso star più male di così” ho cominciato a non vivere più la vita degli altri, a prendere lentamente tutte le parti più belle di me e a staccarmi, andare lontano, scrivere… A vivere, sempre e comunque.

Ho deciso che farne un disco fosse il miglior modo di non dissipare tutto. Di dargli un senso, una nobile ragione, una sua forma di giustizia e giustificazione, creando un mondo dove qualche cosa era esistito veramente e non era stato vano, che era valso a qualcosa.
Dove quell’amore non sarebbe mai andato perso.

Ecco a chi sarà dedicato Sinusoide: a tutti quelli che amano e non lo possono dire. O non riescono a dirlo.
Vi abbraccio,

Eli

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