12×01 “Fuori dallo scatolone”, Antifragile

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Settembre 2016 – NoShoes Recording Studio (Dolo, Venezia)

“Posso farti una domanda stupida? Cos’è il mixaggio?”

“Il mixaggio è il momento che preferisco. Mi chiudo in studio, mi incazzo per dei giorni da solo finché non trovo il suono giusto che ho in testa di tutti gli strumenti. Sono capace di fermarmi anche un intero giorno sul suono di un rullante. E’ il mio banco di prova: devo giustificare tutto quello che ho pensato all’inizio del disco.”

“Che cosa intendi?”

“Che quando ascolto una canzone io vedo tutto. Capisco come deve suonare, la pasta. Ho la visione d’insieme. E non mi accontento finché non esce ESATTAMENTE come l’avevo pensata.”

Ottobre 2016 – NoShoes Recording Studio (Dolo, Venezia)

“Le grafiche del booklet saranno come un grande scatolone, dove metterò gli oggetti che ho tenuto durante i quattro traslochi. Ti ricordi quando mi parlavi della visione d’insieme? Io ce l’ho per tutto il resto. Ho l’idea del logo, cosa mettere nelle maglie, delle grafiche, come uscire nelle foto, lo storyboard del videoclip. Forse passo per una megalomane, ma ho in testa una storia. E per essere raccontata alcuni particolari non possono essere cambiati. La comunicazione è importante. Non prendo per il culo me stessa, tantomeno gli altri. Deve uscire la storia che ho in testa. Devo dire la verità.”

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La copertina del booklet. Artwork: Matteo Simonetti

11 Ottobre 2016 – Flixbus, tratta Milano/Lampugnano – Mestre/Venezia

“Tieni conto che ormai il successo dei dischi lo fanno gli uffici stampa.”

Sto tornando da Milano e questa frase mi sembra vera e agghiacciante al tempo stesso come “Eh ma non sei milanese”, “Eh ma non sei abbastanza indie”, “Eh ma non sei abbastanza mainstream”.

E penso.
Come se essere veneta fosse una colpa.
Come se essere indie fosse una colpa.
Come se non essere indie fosse una colpa.
Io sono io, se mi metto a pensare che musica fare per piacere agli altri è finita.
Non sono cane, né un lupo. So soltanto ciò che non sono.
Praticamente sono Balto.

Faccio parte ancora della vecchia scuola che pensa che un album o è bello o è brutto, indie o mainstream che sia, veneto o milanese che sia.
Non sono mai stata razzista nella vita, figurati se lo sono con la Musica.

A quanto pare non è così, ed è stato utile sentirlo. Per essere preparata a qualsiasi evenienza, che non significa disilludersi o amareggiarsi, ma rendersene conto.
Si sa che più che cercarsele le cose bisogna essercele. Farsi trovare nel posto giusto al momento giusto.
E’ il principio dell’anello, descritto dal buon Saturnino ad un vecchio incontro al Vintage Festival.

Non mirare al pesce grosso, ma ai pesciolini intorno. Un anello dopo l’altro ti porteranno a lui.

Mi trovo all’Autogrill di Desenzano del Garda e ho una nuvola gigantesca in testa: penso alla fatica fatta per finire questo disco, alla paura che tutto venga vanificato per fattori che non posso controllare direttamente.

“Tu non consideri una variante: LA VARIANTE C. Il Culo Eli, o il Caso. Vedi tu. Non sai come verrà accolto il tuo disco dal pubblico. Può essere che tu abbia tutta la pubblicità del mondo e non vada, come pure il contrario. Ci sono delle cose che non dipendono da te, che non puoi prevedere.”

Ha ragione Alice, instancabile risolvi-problemi. Ho fatto tutto il possibile per Antifragile, eppure vorrei fare di più. E’ possibile che non si riesca a capire cosa fare dopo aver fatto un album? Come ci si rivolge a un’etichetta? Come scegliere un booking o un ufficio stampa?

“Se non sai una cosa, chiedila con cortesia. Una domanda non è mai stupida. La risposta, semmai, sì.”

La risposta ha la voce dolcissima di Chiara Vidonis. Una cantautrice che stimo profondamente, e che al telefono ha la stessa voce della mia amica Gioia, quindi per transfert le voglio già bene. Con il mio stesso percorso, e che forse non mi darà la soluzione, ma non cerco soluzioni. Ho bisogno di esperienze e di persone fidate.

E Chiara scrive bene. E chi scrive bene pensa bene.

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”
“Ringraziare è logico/ Essere grati è una questione di buonsenso e rispetto”

“Sì, indubbiamente non risparmiarti nell’ufficio stampa. Fai una piccola ricerca in base ai cantanti a cui ti ispiri e vedi a chi si sono rivolti. Sembra che non succeda nulla all’inizio, ma in realtà se il disco è buono qualcosa si muove. Cerca di investire nella tua immagine, e cerca di suonare il più possibile fuori dalla tua regione. Creati una tua piccola cartella stampa: foto, biografia, disco in streaming. E le aperture dei concerti per artisti BIG! Quelle sono super-importanti. Metti tutto ciò che potrebbe essere giornalisticamente rilevante.”
“Grazie Chiara… Io non so veramente come ringraziarti.”
“Ma figurati! Se non ci si aiuta tra di noi. Rimaniamo in contatto! E spediscimi il tuo disco.”

Appena chiudo la chiamata mi sento un po’ più… consapevole. Credo sia la parola più adatta.

Chiara mi ha appena dato una pacca sulla spalla, e ha avvalorato una tesi che sostengo da un po’, forse non dai risultati immediati, ma per me più etica ed efficace.

Dunque.
Parliamo sempre di risposte, di cambiare le cose, della paura del fallimento.

Credo nel mio piccolo di avere avuto delle vittorie.
La prima è che ho smesso di cercare le risposte negli altri: è molto facile dare la colpa ad agenti esterni di ciò che ci succede, o peggio, aspettare che qualcuno risolva le cose al posto nostro.
Il dolore non si può evitare, ma gestirlo da soli (e in caso condividerlo, non buttandolo addosso a terzi) ci fa capire meglio noi stessi, e di conseguenza gli altri.

La seconda è che bisogna investire nelle persone. Ascoltarle. Il male del nostro tempo è che ci si parla addosso e non si ascolta chi ha qualcosa da dire. Nell’ascolto si capisce chi ti è veramente amico, e chi no. Aiuta a fare una scelta. Investire significa anche scegliere.
Le relazioni diventano contatti, che diventano risorse. Essere d’aiuto, perché poi in un qualche modo quell’aiuto ti ritornerà. A me succede in continuazione.
Capire le persone è come aggiustare una macchina. Non tutti sono in grado di farlo. E non tutte la macchine vogliono essere aggiustate, o non tutte le macchine possono essere aggiustate da te.

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre” (Carlo Mazzacurati)

La terza e di cui vado più felice è che attraverso la mia lotta e le mie parole tanti amici hanno trovato il coraggio di fare qualcosa. Sono partiti dei progetti su Musicraiser, alcune persone che mi seguono su Facebook hanno intrapreso un viaggio da soli, c’è chi mi scrive perché attraverso le mie canzoni ho alleviato un po’ del suo dolore, o li ho fatti sorridere.

“Tutto è provvisorio in questo universo. Non è che sia importante l’esistenza di una canzone… cosa vuoi che sia. E’ importante nel momento in cui influenza qualcuno a diventare un essere più degno” (Franco Battiato)

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Non c’è nulla di eroico nella mia vita. Anzi, il più delle volte è dolorosa e palesemente sfigata.
Non mi fido delle persone a cui va sempre tutto bene. Anche di quelle a cui va tutto male. Simpatizzo con chi cerca di affrontare le situazioni, cerca di capire e imparare.

Sono un’umana cantautrice che si divide tra un insegnamento precario, una famiglia caciarona, un disturbo d’ansia generalizzato, conti del dottore e multe da pagare. Un’umana cantautrice che si entusiasma per una nuova chitarra, una bella canzone, per un allievo che riesce a fare il suo primo barrè o fa progressi nel canto, che studia e ama con passione.

Piango tanto e rido di più.

Antifragile, il NoShoesRecording Studio, i miei insegnanti, i miei allievi, il crowdfunding mi hanno insegnato che a tutto c’è una soluzione. Prima o poi. E che bisogna vivere, bisogna essere sinceri, bisogna accettare la propria umanità.

Thinking outside the box”: bisogna uscire fuori dalla propria scatola.
Nel mio caso, dallo scatolone.

8×01 “Amore, medicine e chitarrette”, Antifragile

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Interrogazione di storia.
“Bene Bonomo, su cosa si è preparata?”
“Beh veramente prof, sugli Assiro-Babilonesi”.
“Molto bene. Mi parli dello slancio vitale di Bergson”.
“Ma come prof…”.
“Beh scusi, fa sempre parte del programma scolastico”.

Ho riassunto in poche parole cosa significa registrare le chitarre in studio con Stefano. Sono sempre stata una precisina, una di quelle che deve studiare la parte cento volte per evitare figuracce, ma soprattutto per non far perdere tempo a chi ho affianco. Invece, dopo aver fatto la brutta copia di come avrebbero dovuto suonare sopra batteria e basso, mi ritrovo a fare tutto daccapo. Al momento.

In quei momenti schizzavo malissimo. All’inizio.
“Non ne sono in grado”.
Adesso è quasi sfidante. Anzi, è sfidante.

I più sanno che il mese di aprile l’ho passato completamente a letto, con la faccia sformata, febbre alta, incapace di camminare. Poi i medicinali sbagliati hanno fatto il resto, bloccandomi le mani, togliendomi il sonno, disturbando pesantemente il mio umore.
Finita la malattia, è arrivato un sovraffaticamento muscolare alla mano sinistra.
Mano quasi ferma per due mesi. Per una che deve registrare le chitarre definitive del suo album praticamente una pacchia insomma.

Ma non mi sono persa d’animo. Ne ho approfittato per fare una cosa.

Da quando ho 15 anni, con tantissimi stop-and-go, studio chitarra elettrica.
Devo essere sincera, non ho mai avuto questa grande mano rock, ma non è stata tutta colpa mia.
Sin dall’inizio le Accademie o le Scuole partono con UNA COSA CHE A ME NON E’ MAI ANDATA GIU’: GLI ASSOLI DI CHITARRA.

Per me l’assolo di chitarra è un atto di egoismo. Lo faccio se necessario, altrimenti fottesega.
Vuoi mettere la chitarra ritmica?

Qualsiasi tipo di insegnante medio (salvo rare ed intelligenti eccezioni) parte dicendoti di ascoltare nell’ordine:
Steve Vai
Joe Satriani
Paul Gilbert
Yngwie Malmsteen
e tanti tanti altri.
Insomma, dei virtuosi.

Poi vai in sala prove con gli amici e non riesci a fare la chitarra ritmica di “Smells like teen spirit“, non hai gusto nella scelta del suono e dei vari stili. Ma shreddi da Dio e fai le pirole a 180bpm.
Poi vai a fare il turnista in studio di registrazione e ti dicono “Vorrei un assolo meno eroico. Fammi una chitarra marcia”. (cit. Alberto Milani). E tu vai in crisi.
Va tutto benissimo.

Beh, dicevamo. L’inferma Erin se ne sta a letto e ne approfitta finalmente per cercare il tipo di suono che le piacerebbe avere. E che cosa fa? Cerca i chitarristi che fanno quel tipo di musica che le piace. E fatalità sono chitarristi che le Accademie non cagano nemmeno di striscio.
Ascolta Jeff Buckley, i Pixies, i Killing Joke, i Sonic Youth, i Joy Division, i Radiohead, gli Stooges, i Cure, i primi U2. Ascolta con grandissima attenzione finalmente i Led Zeppelin e gli Ac/Dc.
Ascolta le ritmiche, prova a riprodurre gli assoli con la voce, ma giusto per sfizio.
Ascolta perché non riesce a suonare, ma le sue mani hanno già nuove idee. E ha dei suoni in testa.

“Questa malattia ti ha fatto veramente bene! Il suono è migliorato tantissimo!”
(Khaled Abbas – il mio insegnante di chitarra MMI, giovedì 26 maggio… Due settimane che non toccavo i manuali)

“L’impressione che ho, sentendoti, è che tu vuoi fare bene il tuo compitino. E’ tutto preciso e a tempo, ma è scolastico. Non mi interessa. Voglio un suono anche sporco, ma di cuore. Voglio sentire le ghost note, il carattere!”

“Suoni staccata. Accompagna il suono fino all’ultimo”
(Stefano, 23 aprile 2016 – registrazioni di “Anima Nera”)

“Pensa a Keith Richards. Questo riff se lo fai tutto a pennate in giù lo ammazzi. Ascoltalo bene. Magari non sarà tecnicamente giusto, ma senti che corpo”
(Stefano, 24 maggio 2016 – registrazioni di “Fango”)

Ogni commento mi faceva diventare sempre più piccola alimentando la voce che sì, ero una chitarrista scarsa.
Ma il mio problema non era la tecnica.
Mancava il collegamento cervello-cuore-mano.
Mancava il “proviamoci, comunque vada”.

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[Una rara foto che ritrae Stefano Pivato non di spalle. Ph: Andrea Bonomo]

Un mese in studio con un istintivo mi hanno dato molto di più di 15 anni di chitarra. Mi hanno insegnato il controllo ma anche l’istintività, la ricerca, l’accettazione di quella voglia di buttare via tutto per rifarlo di sana pianta, la voglia di suonare e di divertirmi. Di lasciarmi andare, finalmente. Chiudo gli occhi e mi diverto.
Dopottutto per me suonare è un’esigenza. La mia frustrazione nasceva dal non fare uscire tutta me stessa.
Per quanto ti dicano le cose, le capisci solo quando ti passa un tram sopra.
Siamo sulla buona strada.

La mano ogni tanto fa male. Khaled mi dice di non darci troppo peso, a volte sono cose psicosomatiche.

E negli ultimi due live, magicamente riesco a fare delle piccole improvvisazioni che non fanno troppo cagare.

“Suoni molto bene la chitarra, complimenti! Che tecnica!”
(Astanti al live al Comarò, astanti al live al Lighthouse Pub probabilmente alticci)

Sia ben chiaro, io sono FELICE di frequentare un’Accademia e dei continui input che riesce a darmi. Khaled Abbas è un insegnante eccezionale. Un altro chitarrista che mi piace un mondo e vi consiglio di frequentare almeno una volta una sua clinic è Alberto Milani.
Ma lo dico per me e per gli altri chitarristi: nessun paraocchi. Formatevi anche esternamente. Siate curiosi per conto vostro, cercate il suono, il cuore, oltre alla tecnica. Ascoltate di tutto e rubate dai vostri chitarristi a piene mani.
Cazzeggiate. Cercate di capire gli accordi usati nel funk, i lick blues, il tempo nel punk, lo sporco del grunge, l’effettistica della new wave o del dark.
Ascoltate gli altri strumenti! I giri di basso dei New Order, le batterie dei Nine Inch Nails, il pianoforte di Tori Amos. Altrimenti sarete come quei musicisti che non sanno suonare senza uno spartito davanti.

Ma che cazzo di bello è successo in questo mese?