#unacanzone01: Play Dead, Bjork

E’ il 2016. Sto guardando “Scrivimi una canzone” su La5 (e questo vi fa pensare all’alta qualità dei miei venerdì sera) e durante la pubblicità passa un promo con sottofondo “Play Dead“. Mi batte forte il cuore.
Sento l’esigenza fisica di smettere di fare tutto quello che sto facendo, prendere il telefono, cercare il brano, ascoltarlo.
Ogni volta che parte quell’incipit d’archi mi parte un’emozione incontrollabile. La stessa di quasi undici fa, quando ascoltai per la prima volta “Debut” di Bjork. Perché è di lei che stiamo parlando.

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Ecco, non so se a voi è mai successo che un brano continui a emozionarvi dopo uno, cento, mille ascolti. Io ricordo esattamente la prima volta che ho ascoltato “Play Dead”.

E’ il 2005. Me ne sto nel bus che da Borbiago, ridente cittadina della provincia veneta, mi porta a scuola a Venezia, all’ITT Algarotti. Sono le 7.20 del mattino e come di consueto accendo il mio Thompson, lettore CD da combattimento che ha un sacco di pregi, ma non il volume d’ascolto. Devo sempre tendere l’orecchio per ascoltare le canzoni, per superare il brusìo dei miei compagni e del gasolio del torpedone. Ma così facendo, devo per forza concentrarmi sui brani, sulla loro struttura, sulla melodia. I testi. Se non riesco a capire le parole vado fuori di melone.

Infilo “Debut” nel Thompson. Come tutti i cd originali, non è mio. L’ho preso in prestito in biblioteca, che sta contribuendo non poco alla mia educazione musicale. E poi Bjork è il mito di Elisa, e io adoro Elisa, quindi ogni sua parola è legge. Deve piacermi per forza Bjork e il suo “Debut”.

Inizio ad ascoltare con il sorriso sulle labbra, che via via scema. Non è esattamente quello che pensavo. E’ un disco allegro, pop, techno, d’avanguardia.
DENS.
Io sono esattamente l’opposto.
Ok, “Human behavior” mi piace, ma il resto scivola via un po’ come una saponetta.
Per non parlare di quella barba con l’arpa (?) e i suoni del mare di “Like someone in love“. Puah.

Se ritornassi indietro, mi direi stupida forte per aver snobbato dei pezzi come “Venus as a boy“, che poi scoprirei far parte della colonna sonora di Leòn (film che amerò), o “Big time sensuality” (con quel videoclip di Cristo diretto da Sednaui, dove lei è a New York, sul retro di un camion e balla) o “Violently happy” (un altro videoclip che manda letteralmente ai pazzi, questo diretto da Mondino).
Ma che volete farci… In quel periodo avevo dei gusti simili ad un abate del 1200 e tutto ciò che non si avvicinava al pop-rock era vera e propria eresia.

Poi succede il Miracolo.
Ultima track. Ultima possibilità.
Mentre sto per gettare la spugna, parte la rivalutazione totale.
Partono gli archi di “Play Dead“. Poi dei vocalizzi, delle urla d’aiuto, di qualcuno tenuto in gabbia che vuole uscire. E io smetto di respirare per qualche minuto. Mi incollo al sedile del bus e non riesco a fare altro che rimanere travolta da

Darling stop confusing me/ with your wishful thinking/ hopeful enbraces don’t you understand?/ I have to go through this/ I belong to here where no-one cares and no-one loves/ no light no air to live in/ a place called hate/ the city of fear/ I play dead it stops the hurting/ I play dead and hurting stops

La canzone continua e io ho paura di rimanerci secca. Batterie elettroniche e arrangiamenti orchestrali, ostinati. Quel ritornello cantato con rabbia e liberazione. E poi la finta dolce calma isterica delle strofe. Una dinamica killer.
La canzone finisce e io capisco che è cambiato qualcosa dentro di me.
Per un’adolescente in rotta con il mondo, incompresa, incazzata, inconsapevole di sè stessa, tutto questo sconvolge e turba assai.
Metto il repeat fino a Venezia. Scendo dal bus, faccio il Ponte degli Scalzi, la Lista di Spagna, passo a lato del Ponte delle Guglie sempre con “Play Dead” in repeat.

La giornata procede, non ricordo come.
Sta di fatto che torno a casa e faccio una cosa inusuale: copio dall’internet tutto il testo e me lo scrivo sul diarietto segreto.

(volete la foto del diarietto? Ce l’ho eh!)

E scopro che “Play Dead” è stata inserita più tardi in “Debut“, fa parte della colonna sonora di un film, “Young Americans“, e che Bjork ha avuto un po’ di difficoltà a cantare lo struggimento visto che viveva un periodo felice.

Se “Play Dead” non fosse stata inserita in “Debut“, se non avessi spinto per l’ultima volta il bottone play su quell’album, io non mi sarei mai innamorata di Bjork, il mio cuore non avrebbe smesso di battere per alcuni interminabili minuti, non mi sarei incollata alla sedia del bus in stato catatonico, io stessa forse sarei stata diversa da come sono ora.

Dunque.
Mille di questi innamoramenti.
Mille di questi “Play Dead“.
Mille di queste #unacanzone.

Il paradosso dell’eterno lottatore, Antifragile

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A fianco del mio letto, dove ho passato gran parte di queste tre settimane, ci sono un paio di guantoni rossi da pugilato. Li avevo comprati circa un anno fa, quando mi ero messa in testa di fare di kickboxing.

E la feci. Tre mesi di allenamenti durissimi, con tanto di esamino finale.
Fui l’unica a non passarlo.
Me ne andai non appena fu possibile, cambiandomi in fretta e uscendo lesta dalla palestra.
A casa piansi di vergogna e di umiliazione.

Dicevo. A fianco del mio letto, dove ho passato gran parte di queste tre settimane, ci sono due guantoni rosso fiammanti con la scritta “STING” e un paradenti, tutti e tre nella custodia trasparente.

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“Donna forte, malattia forte”.
Eh già, fosse solo la malattia.
Passi che il tuo sistema immunitario di colpo impazzisce, come il mio.
Ogni giorno un dolore diverso, pernicioso e continuativo.
Cominci a dare una cadenzata ritualità oraria a tutte le medicine che devi sciropparti. Ti dà l’illusione di avere il controllo mentale di un corpo che in realtà dentro sta combattendo una battaglia tutta sua e tu puoi solo avere pazienza, avere rispetto, stare a guardare.
Ma davvero, fosse solo la malattia.

Ho passato questi giorni, ma saranno più o meno due anni o poco più, a chiedermi il senso del dolore, della sofferenza, delle difficoltà.
Cosa e chi stabilisce chi può avere una vita tutto sommato facile e chi no.
Chi si sveglia la mattina sorridendo in un giorno senza nuvole, e chi ogni giorno è impegnato a combattere una guerra diversa.

La stra-citata fine de “Le città invisibili” di Italo Calvino ricorda come sopravvivere all’Inferno: accettare di farne parte, oppure, di volta in volta, riconoscere cosa non è Inferno. Certo che scelgo la busta 2.
Inferno per me è la bugia, l’egoismo, la disonestà, l’avidità, la prepotenza.
Non le accetto, ma non perché son dura e pura, ma perché non sono fatta così. Se fossi così mi sputerei dietro.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

A me hanno dato la spilletta della lottatrice. Quella che si è sudata ogni singolo risultato. Ma non vi dico queste cose per darmi un tono o cosa, no, son proprio così. Son quella che si preoccupa anche dell’avversario. Quella che se proprio proprio ti deve tirare un pugno, ecco, ti spiega prima tutti i perché, punto per punto.

Ecco, penso che…
Il vero senso del dolore non è che ti rende migliore.
Ti rende migliore perché ti rende estremamente ricettivo.
Ti fa accorgere.

Sono stata a letto tre settimane.
Non potevo cantare, non potevo tenere una chitarra in mano.
Però ho potuto ascoltare le canzoni degli altri, commuovermi guardando film d’altri, ridere leggendo libri d’altri.
Sono stata grata del fatto che questi Autori avessero avuto la possibilità di pubblicare le loro opere per darci un po’ di sollievo.

E sono sempre grata quando qualcuno riesce a toccarmi con un verso, una canzone, una frase.
Ogni tanto dico pure “GRAZIE!” a voce alta. Fatelo anche voi.

La cultura e chi la fa sono un atto di coraggio.

Ma gli stronzi che non provano veramente dolore non lo sanno e continuano a svalutarla e a deridere chi la fa nei modi più beceri e villani possibili, e peggio, convincono gli ingenui a fare ugualmente.

Una notte avevo la febbre così alta e un giro così figo di basso in testa che prima di prendere una pastiglia ho registrato tutto sul cellulare.
Una notte non camminavo per l’effetto del cortisone e sono scesa a tentoni per comporre una canzone.
Ogni giorno a letto pensavo al NoShoes Studio e alle chitarre da registrare.
Ho la Musica e le Parole in testa.
Chiedete a un vostro amico creativo se l’arte ce l’ha in testa 8 ore al giorno o un pelino di più.
Questo è amore.
Di più, è la mia Vita. Ciò che mi dà gioia.
Vorrei farvi capire dove sono Verità. E quanto, oltre al mio sistema immunitario, darei per vivere d’arte.

Stronzi che non sapete cos’è lottare, questo è infilarsi i guantoni e scendere sul ring.
Non è fare gli Eroi, è vivere.
Scendere sul ring è anche vedere ogni giorno i risultati peggiorare, o allontanarsi, o svanire, ma non buttare i guantoni perché sai cosa vuoi.
Scendere sul ring è ritrovare il coraggio in chi/cosa non è Inferno e averne cura immensa.
Scendere sul ring è condividere la tua lotta con altri lottatori, e ripartire. Perché non puoi far altrimenti.

Al tempo piansi di vergogna e di umiliazione perché non ero come gli altri.
Ora m’interessa solo di imparare bene a difendermi dagli stronzi, e a dare i calci e i pugni giusti.
Per tutto il resto ho la mia Verità.
Grazie a tutti quelli che si sono presi cura di me. Grazie di cuore.

“Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile, questo è garantito. Io non so come fare a spiegare questa cosa, né la pazzia che è dentro di me e dentro gli altri, ma indovinate un po’? Domenica è di nuovo il mio giorno preferito! Penso a tutto quello che gli altri hanno fatto per me e mi sento tipo… Uno molto fortunato!”

7×01 “Nove Mesi”, Antifragile

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“Guardando il calendario mi sa che uscirà a fine maggio. O a inizio giugno”.
Prima di riprendere ad ascoltare l’ultimo pezzo di batteria editata che Stefano sta ritoccando, me ne vado in bagno.
“Settembre… Maggio”.
Conto con le dita, mentre faccio pipì.
“Settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio. Nove mesi, come un bambino”.
Sorrido sardonica. Ho perso il conto di quanti amici nel giro di questi anni abbiano deciso di sposarsi e mettere su famiglia. Ne è prova tangibile la mia bacheca Facebook: nel 2008 era tutto un cocktail, un concerto a Roma, una festa universitaria, adesso escono foto di torte nuziali, fidanzamenti, pargoli annunciati o in crescita.
La bacheca di Facebook invecchia con me, è un dato di fatto.

L’ultimo articolo che parla del mio album è datato 27 novembre 2015. E nel frattempo Davide “Eulo” ha suonato le batterie vere, registrate ed editate con tanta cura e autismo da Stefano.
Ma soprattutto è scorsa un’immensa quantità di mia Vita in questi mesi. Molta più degli anni precedenti. Dolore, amore, ansia, paura, divertimento. Tutto a velocità 4x. Concerti, concerti, tanti concerti. Un’emorragia continua.

Perché non più scritto? Pigrizia. Censura dei miei pensieri e sentimenti. Paura.

Quando le cose non vanno esattamente come voglio tendo a stare in silenzio.
Alcune cose me le devo proprio scordare.

Scordare (1) = dimenticare
Scordare (2) = privare dell’accordatura il proprio strumento

“Mi sento un disco rotto a dirvi le stesse cose che non vanno, amiche”.
Un disco rotto.

Un’altra risata sardonica.

Ma un’artista, una persona, deve fare i conti anche con i suoi giorni di secca.
Secca, quando non scorre nulla. I mesi-palude in cui sembra in cui non si muova nulla, anzi, ti sembra di sprofondare più giù.
Quando non hai il tempo di fare musica per divertirti, ma diventa una produzione seriale in fabbrica.
Quando non ti permetti una pausa perché il tuo cervello non te lo consente.
Quando butteresti nel pattume mesi di lavoro.
“Sei cambiata. Questo disco ti sta cambiando”
“O sono sempre stata così?”
Una maschera di buona educazione. Se me la tolgo è la fine, è una furia distruttrice.

Cadere, rialzarmi, cadere.
L’album, l’album, l’album.
Forza, energie, stress.
Le mie canzoni, la mia zattera su cui aggrapparmi quando nessun luogo è sicuro.
Fino a perdere le voce, fino a consumarmi l’anima.
Accettare che è giusto sbagliarsi.
Mostrare anche il lato oscuro. Se lo metti in gabbia, diventerà un gigante sempre più mostruoso.

“Se ti liberi tu, liberi anche noi, che siamo tue amiche. Noi ti vorremo comunque bene”.
“Tu sei tutto fuori che un disco rotto. Sei solo tanto, tanto, tanto stupida”.

Allora mi lascio andare: forse mi sono persa. Forse mi sto distruggendo.
O forse mi sto davvero liberando. Si va avanti, adesso.

“Parole al Vento” live a BoxLiveSessions!

E’ difficile spiegarvi quanto “Parole al Vento” valga per me, e quanto valga la persona per cui l’ho scritta. Nel disco a cui sto lavorando la la sentirete diversa: piano, voce e pochissime cose in più. Quasi per scommessa un giorno ho chiesto a Gianluca Gallo di arrangiarla per chitarra acustica. Mi diverte e mi affascina vedere come ogni musicista metta del suo in qualcosa di così fortemente intimo e personale. Giangi poi è un tenerone piacione e quindi gli risulta anche facile.

L’intervista e il format è a cura dei ragazzi di boxlivesessions, e in ogni puntata-chiacchierata coinvolgono amici cantanti, musicisti, scrittori, artisti. Ho avuto l’onore di partecipare alla sesta, in una mattinata freddissima ad Angoli di Mondo a Noventa Padovana (Pd).

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(Alessandro Ragazzo and I con i cappotti scambiati, appena dopo la scoperta del potentissimo Pino Mauro)

Non voglio anticiparvi nulla, ma per i più curiosi parlo un po’ dell’album in uscita e dei miei esercizi di vulnerabilità. Spero vi piaccia!

6×01 Perché chiamerò il mio album “Antifragile”

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La prima volta che sentii parlare di resilienza fu ad una conferenza. Si parlava di uno studio fatto su alcuni minori che avevano vissuto forti condizioni traumatiche: terremoti, violenze, guerra, abbandono, maltrattamento, abuso sessuale.

Alcuni di loro non manifestavano un danno biologico in maniera automatica. Anzi, in una certa percentuale non presentavano nessuna conseguenza psicologica, nemmeno nel lungo termine, sebbene fossero stati vittime di ignobili sorprusi.

Erano bambini resilienti. Resilienza, parola presa in prestito dalla metallurgia, è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà. Come un metallo resiste alle forze che vi vengono applicate.

La cosa mi affascinò, e mi colpì osservare come il nostro corpo possa reagire bene a dei carichi emotivi che visti da fuori potrebbero sembrare insostenibili. Mi colpì osservare che quei bambini avevano saputo assorbire quelle esperienze e restituirle in forma non negativa. Non li invidiavo, li ammiravo. In una forma del tutto inconsapevole avevano saputo ribaltare il punto di vista sulla situazione ed uscirne migliori.

Perché si cresce e tutto sembra complicarsi? Perché quando cresciamo siamo guidati più dalla paura e dai mille effetti che potrebbero avere i nostri comportamenti verso una determinata cosa/persona? Per i lacci. Le reti. Le relazioni che si stringono. Più si va avanti e più la maglia si allarga e al nostro “io” si aggiunge un contesto che ci stiamo costruendo via via. Eppure quante volte il contesto che ci costruiamo ci soffoca, non ci sta più su? Quante volte abbiamo la forza di abbandonarlo per qualcosa che si avvicina di più alla nostra idea di felicità? Quante volte ci manca quella forza ed è solo un modo per scappare da noi stessi? Quante volte pensiamo sia sbagliato il contesto, e in realtà siamo noi ad aver bisogno di essere ritarati? Uh, quante domande ti fai, Elisa.

La seconda volta che sentii parlare di resilienza si era già evoluta in antifragilità. Ero in un gruppo Facebook dove tra copywriter ci si scambiava link e informazioni, e uscì fuori un articolo su un libro di Nicholas Taleb, filosofo, matematico e saggista libanese. Il titolo “Antifragile. Prosperare nel disordine” e mi incuriosì la recensione.

Sappiamo che la nostra incapacità di comprendere a fondo i fenomeni umani e naturali ci espone al rischio degli eventi inaspettati. Ma l’incertezza non è solo una fonte di pericoli da cui difendersi: possiamo trarre vantaggio dalla volatilità e dal disordine, persino dagli errori, ed essere quindi antifragili. Il robusto sopporta gli shock e rimane uguale a se stesso, l’antifragile li desidera, e se ne nutre per crescere e migliorare.

L’incertezza, lo stress, la fragilità. Ho dovuto fronteggiare spesso come quasi trentenne queste situazioni, un po’ per mia causa, un po’ per cause di forza maggiore.

Alcune cose traggono beneficio dagli shock, prosperano e crescono quando sono esposte a mutevolezza, casualità, disordine e fattori di stress e amano l’avventura, il rischio e l’incertezza. Ciò nonostante, a dispetto dell’onnipresenza del fenomeno, non disponiamo di un termine che indichi l’esatto opposto della fragilità. Per questo parleremo di antifragilità. L’antifragilità va oltre il concetto di «resilienza elastica» e di robustezza. Una cosa resiliente resiste agli shock ma rimane la stessa di prima: l’antifragile dà luogo a una cosa migliore. Questa proprietà sottende tutto quanto cambia nel tempo: l’evoluzione, la cultura, le idee, le rivoluzioni, i sistemi politici, l’innovazione tecnologica, il successo culturale ed economico.
L’antifragilità ama la casualità e l’incertezza, il che significa anche amare gli errori, o meglio una particolare classe di errori. L’antifragilità possiede una proprietà unica nel suo genere, che ci permette di venire alle prese con l’ignoto, di fare certe cose senza capirle e di farle bene. Permettetemi di essere più drastico: siamo molto più bravi a fare che a pensare, grazie all’antifragilità. Preferirei mille volte essere stupido e antifragile che estremamente intelligente ma fragile. L’antifragilità va oltre il concetto di «resilienza elastica» e di robustezza. Una cosa resiliente resiste agli shock ma rimane la stessa di prima: l’antifragile dà luogo a una cosa migliore. Questa proprietà sottende tutto quanto cambia nel tempo: l’evoluzione, la cultura, le idee, le rivoluzioni, i sistemi politici, l’innovazione tecnologica, il successo culturale ed economico.

E poi tante altre belle considerazioni sul fatto che non sempre una crisi ha una accezione negativa, che un evento negativo che sconvolge la tua serenità ti costringe a ricostruire un equilibrio, che lo stress aiuta spesso a creare di più (!).

Il mio concetto di antifragilità è la consapevolezza che nonostante tutto io sarò sempre io. Saprò sopravvivermi. Imparerò dai miei successi e dai miei errori. Dai giorni in cui ho difficoltà a stare al mondo, dai giorni in cui nonostante tutto mi sento grata alla vita. Qualsiasi cosa accadrà saprò darmi una scrollata di spalle e camminare diritta a me.

Per qualche mese ho pensato di cambiare il nome dell’album, da “Antifragile” a “Non mi somiglio per niente” vista la grande differenza tra questo lavoro e “Terzo Tempo” con La Cantina dei Bardi, e invece, ora come non mai, lo terrò.
L’ho sposato come mio modo di vivere. E’ impossibile resistere a tutto, è deleterio spezzarsi in continuazione. Io so che posso spezzarmi in qualsiasi momento, ma so anche come ripararmi. E a essere d’aiuto agli altri quando si spezzano.

Quante persone dicono la verità solo quando sono vulnerabili. Io li trovo di una bellezza sconvolgente, perché non hanno filtri.
Mi sento fuori posto se non ho un lavoro regolare e sono tornata a vivere dai miei dopo anni di indipendenza economica? Sì. Ma non potevo fare altrimenti. Non posso accontentarmi di una realtà rassicurante per gli altri e che a me puntualmente fa venire l’orticaria.
Ora che l’ultima carta da gioco è stata gettata sul tavolo, l’ultimo velo è stato tolto dall’opera io mi sento scoperta, vulnerabile, più che mai incerta. Cammino sopra un campo minato, e tuttavia non sono ancora saltata per aria. Ho capito di essere una non-lineare, ma tuttavia onesta. Non so cosa mi accadrà. Non lo posso prevedere.

Questo album è un esercizio di imperfezione. Non vi farò vedere quanto suono e canto bene, non vi farò vedere quanto ci so fare con gli arrangiamenti. Sarò io. Non vi dirò palle. Vi dirò quando sto bene, quando sto male, quando ho voglia di ridere, quando ho voglia di piangere. Sarò umana. Mai come ora son stata così sincera.

5×01 “Ciò che deve accadere accade”, Antifragile

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Novembre 2015

Sono stati giorni di entusiasmo e tempesta. Di panico e serenità. Di sconforto e impotenza, ma anche di incontri e scambi intensi. Sembra una banalità, ma scegliere di vivere facendo ciò che si ama migliora di molto i rapporti sociali. E migliora la qualità dei discorsi a tavola. Nel mio caso si tratta di una vera e propria forbice: quando ho uno stipendio fisso mi lamento, divento un’ombra, sono circondata da persone che mi infastidiscono, adesso che lotto per arrivare alla fine del mese sono circondata da persone più o meno lontane che mi vogliono bene senza chiedere nulla in cambio.
La mia indole è sempre portata a ripagarli in un qualche modo, ma per ora posso offrire loro la mia amicizia e le mie parole. O del cibo, molto cibo. Sembra che a loro vada bene comunque.

L’immagine che più mi rappresenta in questo periodo mi raffigura sorridente seduta in cima a un burrone. C’è pericolo e c’è vento, ma io sono serena, aspetto, sento dei passi che si avvicinano. Sono distanti ma in qualche modo mi proteggono. Io non posso tornare indietro, né saltare. Posso solo aspettare e dire la verità, non riesco, non so più mentire.

Sorrido sempre: quando sono nervosa, quando mi imbarazzo, quando voglio esserti vicina. Le lacrime le tengo per me, la mattina presto quando mi sveglio, quando penso a un amico che non c’è più, la notte quando ripenso alle ingiustizie e le dissonanze quotidiane.

In tutto questo grande rumore di fondo il disco cresce, e ci avviciniamo alla fine della pre-produzione. Mancano solo due pezzi, “Parole al vento” e “Domani inventerò“. Ogni volta che ritorno in studio, penso di avere una grande fortuna: in quegli interminabili pomeriggi e sere premo il pulsante “pausa” alla vita. Scappo, gioco, trovo il suono e la dimensione ideale dei miei pensieri.

“Per me rappresentare è vivere di più… E’ aggiungere, è idealizzare, trasfigurare. Aggiungere emozioni alle emozioni, passioni alle passioni… Dove finisce la rappresentazione, finisce la realtà” (Monica Vitti)

Il problema principale è tornare a casa. La macchina che si rompe, i lavori, i soldi, gli ospedali, le prime rughe d’espressione, il primo capello bianco, perciò la conseguente lotta ai segni dell’età, alle prime rughe superficiali e agli inestetismi della cellulite, oddio i 30, studio poco, le cose che perdo, le cose che dimentico… Penso a così tante cose che è difficile ordinare tutto in un discorso logico.

Mi ero preparata un bel discorso, sapete, sul ruolo del produttore. Su come un’intuizione geniale possa far diventare un pezzo reggae una hit disco sbanca-classifiche e lanciare gruppo e relativo disco nell’Olimpo della musica internazionale. Ma poi al solito dimentico la retorica e parlo del superfluo.

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Chris Stein, il chitarrista dei Blondie, lavorava da due anni su un giro reggae dal titolo Once I had love. Il gruppo la suonava spesso ai concerti, anche in chiave rock. Quando arrivarono in studio per registrare l’album Parallel Lines, il produttore Mike Chapman ascoltò il giro di accordi e l’incipit, rimanendone colpito. “Once I had a love and it was a gas… Soon turned out had a heart of glass. Questa è una potenziale hit. Ma il mercato americano non accetterà mai il reggae. Riarrangiamola in chiave disco, è questo quello che va ora. E bisogna assolutamente cambiare titolo”. Nacque Heart Of Glass. Il resto è storia.

Riascolto le canzoni e gli arrangiamenti, e penso che quest’album sarà come me. Arrabbiato, melanconico, dolce, ironico. Io, che rido tanto, ho imparato a ridere e far ridere per sopravvivivermi. Mi serve come balsamo per togliere le croste dell’umiliazione, della vergogna, dell’inadeguatezza. Le ferite rimarranno sempre, ma la risata mette tutti sullo stesso piano, e per questo l’adoro. Avrò sempre il desiderio di farmi piccola piccola come un fagotto per non farmi notare, ma il ridere di me mi consente una piccola violenza, il mettermi in gioco, il non implodere in me stessa.

Il produttore è qualcuno che vede oltre te. Mette ordine nei tuoi pensieri musicali disordinati e li canalizza in un’unica direzione che sembrava impossibile. Sa trovare il diamante in un ruvido e grezzo pezzo di pietra chitarra e voce. Aggiusta, lima, cesella, cambia, stravolge dove necessario.
Non deve essere una scelta casuale. La ricerca del produttore può essere anche lunga perché devi dargli fiducia totale. Il produttore è un suono, un gusto particolare. E poi, proprio perché la scelta è stata fatta a monte, devi mettere pochissima bocca o nessuna nelle sue scelte artistiche.
Lui/Lei ha il dovere di fare suonare l’album da paura, tu hai il dovere di consentirgli di toccare i tuoi vestiti, le tue parole, il tuo corpo per fare uscire quello che realmente sei, e che inconsapevolmente non conosci.

Penso a Monica Vitti, alla sua voce fragile, roca, eppure sua, distinguibile tra milioni di sussurri e grida.
Penso a me. Non sono Steve Vai. Non sono Christina Aguilera.
Ad un certo punto qualcuno ci prende per mano, e bisogna avere la forza di camminare, nonostante tutto.
E allora lavorerò sui miei difetti, perché proprio in quelli sono io.

Elisa Erin Bonomo il 7 Novembre a Lucky Music per Roland

Cominciamo la settimana con una buona notizia! Il 7 Novembre 2015 sarò a Lucky Music (Milano) in veste di dimostratrice per Roland Italy per il 24° anniversario di apertura del negozio. Non stop dalle 10.00 alle 19.30 a suonare loopstation, pedaliere e multieffetti per la voce. Yay!
L’altra volta è finita così:

PROMOZIONI
– Sconto del 5% su qualsiasi acquisto in entrambi i giorni,
– Centinaia di prodotti in sottocosto con sconti fino al 50% da ogni reparto per tutta la settimana (in negozio e online),
– Finanziamenti in promozione a interessi zero fino al 12 dicembre!

Evento Lucky Music

4×01 “Sabotaggi”, Antifragile

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Se dovessi scegliere un verso che mi rappresenta di più nell’album in lavorazione, sarebbe sicuramente “Lorenzo, o come tutti dicean Renzo/ studiava di notte con l’ansia/ di non essere mai abbastanza”.

A parte il riferimento ai Promessi Sposi del trio Lopez-Marchesini-Solenghi di cui sono letteralmente malata (un altare ad Anna Marchesini, subito), “Renzo e Lucia” è la storia dei due personaggi manzoniani trasportati al giorno d’oggi. Mi sono domandata: come potrebbero vivere? Che mestiere potrebbero fare? Chi sarebbe il Don Abbondio della situazione? E soprattutto, vorrebbero ancora sposarsi al giorno d’oggi?

Nel mio testo Renzo è un “jazzista di un certo livello e modesto impiego” (fa due lavori, cassiere in una pizzeria e garzone in una salumeria) mentre Lucia è “ballerina di seconda fila” che per arrotondare fa la commessa. Vivono in un piccolo appartamento e sono troppo impegnati a sopravviversi per capire se si amano davvero. Sono due persone che vogliono/volevano intraprendere una carriera artistica, ma nell’attesa di sfondare si sono trovati un’occupazione diversa da quella che desideravano.

Non ho voluto esplicitare per quale motivo i due non riescano a guadagnarsi da vivere rispettivamente come musicista e ballerina, i motivi sono molteplici, dalla sfortuna a difficoltà di varia natura, al motivo che preferisco in questo periodo.

Renzo e Lucia sono due SABOTATORI. Un po’ come me.

“Sopra o sotto?” (cit.)

Avete presente il film “Inside Llewin Davis – A proposito di Davis” dei fratelli Coen? Per chi non l’avesse visto racconta la storia di Llewyn Davis, musicista folk di talento, che dorme sul divano di chi capita, non riesce a guadagnare un soldo e sembra perseguitato da una sfortuna sfacciata, della quale è in buona parte responsabile. Davis è un antieroe puro come tanti altri personaggi dei Coen, non passa ai provini perché non è un leader, tergiversa, si vede sfilare davanti colleghi che reputa meno bravi di lui.
Anche Llewyn Davis fa parte della grande categoria dei SABOTATORI. Scappa, sceglie di non scegliere.

Ho sempre promesso di essere estremamente sincera sul come mi sento in questo periodo. In queste settimane mi sono fatta prendere letteralmente dal panico, influenzare da migliaia di fattori esterni. Dal fatto che non ho un’etichetta discografica, che non ho un booking, che dovrei fare più gente ai concerti, che non ho network etc.etc. E spesso faccio così: parto con grande entusiasmo e poi quando le cose cominciano a farsi tangibili comincio a vedere in ogni occasione un ostacolo, una difficoltà, qualcosa che mi farà stare male. Mi spavento.
Il mio istinto di autoconservazione comincia a pensare che le cose sono sempre più difficili di quello forse sono, che devo prepararmi al peggio. Ho paura di sprecare tempo e fiato, e il paradosso è che nel momento stesso in cui lo penso sto effettivamente sprecando tempo ed energia in questo tipo di macchinazioni.

Da “La paura più grande” post lungo sul blog di Zerocalcare, uscito il 7 Aprile 2015

Sono una SABOTATRICE quando scelgo di non scegliere. Quando devo per forza complicare il gioco. Quando opto per una cosa che non mi piace, perché posso spartire il mio fallimento con la costrizione sociale. Ed è molto più facile.

Con Stefano siamo a 5 brani su 13 pre-prodotti. Nel gergo dei musicisti la pre-produzione è come la brutta copia di un tema: dopo aver messo a posto la struttura della canzone cominci a capire che ritmo potrebbe avere la chitarra, che groove la batteria, il basso. Si sgrezzano gli arrangiamenti.
Ho passato due giorni tentando di vedere il marcio anche lì. E poi mi sono accorta di una cosa: giorno dopo giorno, Stefano butta giù le batterie e i bassi e mi faccio contagiare dalla sua esperienza e bravura. Comincio ad avere idee sugli arrangiamenti, una visione d’insieme che mi mancava. Sulle batterie, io che con la ritmica non sono mai andata d’accordo, ma robe brutte tipo che a momenti non so cosa sia una cassa e un rullante (buuuh).

Tra tanti aspetti, due cose in musica ti fan capire se sei cresciuta: se riconosci gli errori tecnici e se cominci a “sentire” quello di cui prima non ti accorgevi. La crescita è accorgerti di quello che prima non percepivi.

Mi sono resa conto di essere una SABOTATRICE. Ho tanti amici come me, e strano a dirsi, sono le persone più intelligenti e dotate che io conosca. Sono persone che hanno grandi difficoltà ad amministrare la loro forza, e si perdono. Che spreco, direbbero i più.
Io no. E’ estremamente difficile andare contro noi stessi, ma riconoscerlo intanto è un bel primo passo. Buttatelo fuori, fate un bel coming out e poi prendetevi un bel gin tonic con un amico. Che di gente-ruspa sgrammaticata ne è pieno il mondo, ma voi servite veramente a qualcosa.