Elisa_ComingSoon

La prima volta che sentii parlare di resilienza fu ad una conferenza. Si parlava di uno studio fatto su alcuni minori che avevano vissuto forti condizioni traumatiche: terremoti, violenze, guerra, abbandono, maltrattamento, abuso sessuale.

Alcuni di loro non manifestavano un danno biologico in maniera automatica. Anzi, in una certa percentuale non presentavano nessuna conseguenza psicologica, nemmeno nel lungo termine, sebbene fossero stati vittime di ignobili sorprusi.

Erano bambini resilienti. Resilienza, parola presa in prestito dalla metallurgia, è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà. Come un metallo resiste alle forze che vi vengono applicate.

La cosa mi affascinò, e mi colpì osservare come il nostro corpo possa reagire bene a dei carichi emotivi che visti da fuori potrebbero sembrare insostenibili. Mi colpì osservare che quei bambini avevano saputo assorbire quelle esperienze e restituirle in forma non negativa. Non li invidiavo, li ammiravo. In una forma del tutto inconsapevole avevano saputo ribaltare il punto di vista sulla situazione ed uscirne migliori.

Perché si cresce e tutto sembra complicarsi? Perché quando cresciamo siamo guidati più dalla paura e dai mille effetti che potrebbero avere i nostri comportamenti verso una determinata cosa/persona? Per i lacci. Le reti. Le relazioni che si stringono. Più si va avanti e più la maglia si allarga e al nostro “io” si aggiunge un contesto che ci stiamo costruendo via via. Eppure quante volte il contesto che ci costruiamo ci soffoca, non ci sta più su? Quante volte abbiamo la forza di abbandonarlo per qualcosa che si avvicina di più alla nostra idea di felicità? Quante volte ci manca quella forza ed è solo un modo per scappare da noi stessi? Quante volte pensiamo sia sbagliato il contesto, e in realtà siamo noi ad aver bisogno di essere ritarati? Uh, quante domande ti fai, Elisa.

La seconda volta che sentii parlare di resilienza si era già evoluta in antifragilità. Ero in un gruppo Facebook dove tra copywriter ci si scambiava link e informazioni, e uscì fuori un articolo su un libro di Nicholas Taleb, filosofo, matematico e saggista libanese. Il titolo “Antifragile. Prosperare nel disordine” e mi incuriosì la recensione.

Sappiamo che la nostra incapacità di comprendere a fondo i fenomeni umani e naturali ci espone al rischio degli eventi inaspettati. Ma l’incertezza non è solo una fonte di pericoli da cui difendersi: possiamo trarre vantaggio dalla volatilità e dal disordine, persino dagli errori, ed essere quindi antifragili. Il robusto sopporta gli shock e rimane uguale a se stesso, l’antifragile li desidera, e se ne nutre per crescere e migliorare.

L’incertezza, lo stress, la fragilità. Ho dovuto fronteggiare spesso come quasi trentenne queste situazioni, un po’ per mia causa, un po’ per cause di forza maggiore.

Alcune cose traggono beneficio dagli shock, prosperano e crescono quando sono esposte a mutevolezza, casualità, disordine e fattori di stress e amano l’avventura, il rischio e l’incertezza. Ciò nonostante, a dispetto dell’onnipresenza del fenomeno, non disponiamo di un termine che indichi l’esatto opposto della fragilità. Per questo parleremo di antifragilità. L’antifragilità va oltre il concetto di «resilienza elastica» e di robustezza. Una cosa resiliente resiste agli shock ma rimane la stessa di prima: l’antifragile dà luogo a una cosa migliore. Questa proprietà sottende tutto quanto cambia nel tempo: l’evoluzione, la cultura, le idee, le rivoluzioni, i sistemi politici, l’innovazione tecnologica, il successo culturale ed economico.
L’antifragilità ama la casualità e l’incertezza, il che significa anche amare gli errori, o meglio una particolare classe di errori. L’antifragilità possiede una proprietà unica nel suo genere, che ci permette di venire alle prese con l’ignoto, di fare certe cose senza capirle e di farle bene. Permettetemi di essere più drastico: siamo molto più bravi a fare che a pensare, grazie all’antifragilità. Preferirei mille volte essere stupido e antifragile che estremamente intelligente ma fragile. L’antifragilità va oltre il concetto di «resilienza elastica» e di robustezza. Una cosa resiliente resiste agli shock ma rimane la stessa di prima: l’antifragile dà luogo a una cosa migliore. Questa proprietà sottende tutto quanto cambia nel tempo: l’evoluzione, la cultura, le idee, le rivoluzioni, i sistemi politici, l’innovazione tecnologica, il successo culturale ed economico.

E poi tante altre belle considerazioni sul fatto che non sempre una crisi ha una accezione negativa, che un evento negativo che sconvolge la tua serenità ti costringe a ricostruire un equilibrio, che lo stress aiuta spesso a creare di più (!).

Il mio concetto di antifragilità è la consapevolezza che nonostante tutto io sarò sempre io. Saprò sopravvivermi. Imparerò dai miei successi e dai miei errori. Dai giorni in cui ho difficoltà a stare al mondo, dai giorni in cui nonostante tutto mi sento grata alla vita. Qualsiasi cosa accadrà saprò darmi una scrollata di spalle e camminare diritta a me.

Per qualche mese ho pensato di cambiare il nome dell’album, da “Antifragile” a “Non mi somiglio per niente” vista la grande differenza tra questo lavoro e “Terzo Tempo” con La Cantina dei Bardi, e invece, ora come non mai, lo terrò.
L’ho sposato come mio modo di vivere. E’ impossibile resistere a tutto, è deleterio spezzarsi in continuazione. Io so che posso spezzarmi in qualsiasi momento, ma so anche come ripararmi. E a essere d’aiuto agli altri quando si spezzano.

Quante persone dicono la verità solo quando sono vulnerabili. Io li trovo di una bellezza sconvolgente, perché non hanno filtri.
Mi sento fuori posto se non ho un lavoro regolare e sono tornata a vivere dai miei dopo anni di indipendenza economica? Sì. Ma non potevo fare altrimenti. Non posso accontentarmi di una realtà rassicurante per gli altri e che a me puntualmente fa venire l’orticaria.
Ora che l’ultima carta da gioco è stata gettata sul tavolo, l’ultimo velo è stato tolto dall’opera io mi sento scoperta, vulnerabile, più che mai incerta. Cammino sopra un campo minato, e tuttavia non sono ancora saltata per aria. Ho capito di essere una non-lineare, ma tuttavia onesta. Non so cosa mi accadrà. Non lo posso prevedere.

Questo album è un esercizio di imperfezione. Non vi farò vedere quanto suono e canto bene, non vi farò vedere quanto ci so fare con gli arrangiamenti. Sarò io. Non vi dirò palle. Vi dirò quando sto bene, quando sto male, quando ho voglia di ridere, quando ho voglia di piangere. Sarò umana. Mai come ora son stata così sincera.

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